Forse per ravvivare il suo profilo twitter, Ferrara consiglia ai neoletti del M5S , in riunione a Roma, di farsi di coca o fumare uno spinello prima di parlare. Dopo averli dapprima qualificati come “deficienti“, in specie riferendosi alla diretta streaming dall’Hotel Universo dove sono riuniti a Roma, consiglia di mandarli in differita, magari dopo un montaggio.

Del resto gli sarebbe impossibile appoggiare un movimento reale che dichiara di non essere un partito, e specie che propone l’abolizione del finanziamento pubblico ai giornali: 120 milioni di euro, confermati con decreto legge del luglio scorso. Ferrara infatti, già nel 1997, è stato fra i primi a trasformare il “Foglio quotidiano” in un giornale di partito, anzi un vero “Organo della Convenzione per la Giustizia” gruppo politico che faceva capo a Marcello Pera, dell’allora Forza Italia, e Marco Boato, del Partito Radicale e Verdi. L’anno seguente al posto di Boato arrivò Sergio Fumagalli, dei Socialisti Democratici Italiani.

Tale movimento politico, per ammissione dello stesso Ferrara a Report nel 2006, fu “un trucco nel senso che non era un vero partito. Un escamotage legale, perfettamente legale, al quale poi purtroppo hanno cominciato a ricorrere anche quelli che però non vanno in edicola, non vendono copie, non hanno un’azienda reale che vuole fare giornalismo, politica, cultura, informazione, e che così sono piccole lobby intorno a persone. Purtroppo è andata così si sono infilati tutti in questo calderone”.

Insomma parliamo di un giornale (il cui azionista di maggioranza è oggi Paolo Berlusconi), trasformatosi poi in società cooperativa per continuare a godere appieno dei finanziamenti pubblici, che Ferrara solo un anno fa ha dichiarato a rischio chiusura proprio per mancanza di finanziamenti adeguati. E ciò nonostante Il Foglio abbia preso, negli ultimi 10 anni, oltre 3 milioni di euro l’anno: con una tiratura di 15 mila copie e una vendita presunta di nemmeno 2000.

 

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