Sono un insegnante di scuola media superiore. Vivo a Taranto, una città particolare. Qui infatti è stata emessa una quantità diossina che è arrivata a toccare picchi del 92% rispetto all’ammontare complessivo della diossina industriale italiana.

Tale situazione abnorme ha portato ad approvare una legge regionale antidiossina che recepisse i limiti europei. Con questa legge è stato messo un limite di emissione «europeo» all’acciaieria Ilva, massima responsabile di questo inquinamento.

Tutto a posto dunque? No. Manca ancora un controllo 24 ore su 24 delle emissioni (il cosiddetto «campionamento continuo»). Ma soprattutto la terra attorto all’Ilva è  inquinata per chilometri e chilometri, il libero pascolo è vietato, il fondale del mare si è contaminato e le cozze non possono essere più allevate in un zona di mare particolarmente inquinata. Duemila pecore e capre sono state abbattute perché piene di diossina. E nessuna attività zootecnica può rinascere nelle masserie perché la diossina è un «inquinante persistente»: dura decenni. La diossina a Taranto è entrata nel sangue e nel latte materno a concentrazioni quattro volte più elevate rispetto alla media europea, con picchi anche otto volte superiori.

La diossina è altamente cancerogena e può modificare il Dna che i genitori trasmettono ai figli. E’ un «distruttore endocrino» e ad essa possono essere correlate diverse patologie, dal diabete alle disfunzioni della tiroide. Entra nel corpo umano al 98% attraverso l’alimentazione. E’ il cibo il «vettore» della diossina: bisogna stare attenti a non ingerire troppi grassi animali.

Che fare in questa realtà così compromessa come quella di Taranto?

Ne ho discusso con i miei studenti e con un esperto nazionale di diossina, il dottor Stefano Raccanelli. E la decisione è stata: scriviamo una legge. «Istituzione del marchio Dioxin Free». Ha lo scopo di creare un sistema di controlli che vengano effettuati dai consumatori stessi. Ma questi «check-up» sulla diossina dovrebbero essere pagati dalle aziende alimentari. Facciamo un esempio: il latte. I cittadini vanno a prendere un litro di latte, lo fanno analizzare in una laboratorio di fiducia, ovviamente attrezzato e certificato per analisi così complesse. A pagare le analisi è l’azienda. Se il livello di contaminazione non supera una soglia minimale (ben definita con un apposito parametro scientifico) allora a quella bottiglia di latte si può appiccicare una bella etichetta: «Dioxin Free». Un po’ come per gli alimenti senza organismi geneticamente modificati («Ogm Free»).

Il testo di questa proposta è consultabile sul sito «Senato per ragazzi».

Ma gli studenti sono balzati in piedi contentissimi quando hanno saputo che alcuni parlamentari lo avevano presentato sia alla Camera sia al Senato.

L’iter deve ancora cominciare ma quelli che erano semplici appunti scritti con gesso bianco su una lavagna di scuola ora sono un testo regolarmente depositato (alla Camera dall’on. Pierfelice Zazzera e al Senato dall’On. Adriana Poli Bortone).

Ed ci è appena giunta la comunicazione dal Senato che il progetto “Dioxin Free” si è classificato primo in Italia.

Forse siamo sulla buona strada?

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