Guardo il volto di Marie Colvin con la sua benda da pirata e quello giovane e stupito del giornalista francese Rémi Ochlik. Erano insieme nella città assediata di Homs quando il razzo li ha centrati. Facevano con passione il loro mestiere ed erano coraggiosi, questo lo so. Davano voce a tante morti, nella speranza assurda che questo potesse suscitare indignazione e salvare i vivi. La mia vita in questi casi è combattuta tra sdegno e dimenticanza, tra odio per l’indifferenza del mondo e la routine quotidiana e tenderei a stare zitta. Anche perché non sempre conosco le parole per dire la morte. Come al solito, un poeta ha scritto di questo e lo ha fatto, a mio parere, con la giusta misura.

Sulla morte, senza esagerare
Di Wislawa Szymborska

Non s’intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.

Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito

Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.

Occupata a uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.

Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo

A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più di un bruco
la batte in velocità

Tutti quei bulbi, baccelli
antenne, pinne, trachee
testimoniano i ritardi
del suo svogliato lavoro.

La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
è, almeno finora, insufficiente.

I cuori battono nelle uova,
crescono le ossa dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due piccole foglie
e spesso anche grandi alberi all’orizzonte.

Chi ne afferma l’onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.

Non c’è vita
che almeno per un attimo
non sia immortale.

La morte
è sempre in ritardo di quell’attimo.

Invano scuote la maniglia
di una porta invisibile.
a nessuno può sottrarre
il tempo vissuto

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