Come altri governi precedenti, anche il governo Monti sembra intenzionato a entrare nel merito del valore legale del titolo di studio, e in particolare della laurea. E’ stata anzi ventilata l’ipotesi di una inedita consultazione pubblica mediante web. Le organizzazioni studentesche si sono pronunciate contro l’abolizione del valore legale del titolo di studio, mentre il sito di Roars ha pubblicato vari commenti molto approfonditi.

Si ha l’impressione che su questa materia ciascuno interviene avendo in mente un certo più o meno preciso significato della materia in questione, non sempre coincidente con quello dei suoi interlocutori. Ad esempio, il ministro Giarda ha proposto una interpretazione molto restrittiva del problema: ritiene che sia sufficiente “vietare l’utilizzo del voto di laurea come titolo (o ridurne al minimo il peso) e vietare avanzamenti di carriera per effetto della sola acquisizione della laurea”. Ovviamente sono escluse le lauree tecniche ove richieste: cioè la laurea in Medicina rimane necessaria per esercitare la professione medica, quella in Ingegneria per esercitare la professione di ingegnere, ecc. Se la questione stesse in questi termini, non si capirebbe il rilievo assunto dall’annuncio del governo e neppure la necessità di una consultazione popolare: si può essere o meno d’accordo con la posizione del ministro ma rimane una posizione di dettaglio, piuttosto tecnica.

La questione politica vera, bene o male intesa, è la seguente: il valore legale del titolo di studio in sede di concorsi pubblici o altro (in pratica: il valore del voto di laurea) riflette un preciso impegno dello Stato nei confronti delle sue istituzioni. Lo stato garantisce che le lauree rilasciate dalle università italiane hanno tutte lo stesso valore: 110 a Torino o a Bari vale sempre 110. Io credo che chi è ideologicamente a favore del mantenimento del valore legale del titolo di studio (e mi includo in questo gruppo) chieda al governo di garantire una qualità minima dell’istituzione pubblica su tutto il territorio nazionale. Chi è favorevole all’abolizione del valore legale del titolo di studio chiede invece che il governo permetta ai commissari dei concorsi pubblici di tenere conto della (effettiva? dimostrata? presunta?) differenza di qualità delle diverse università sparse sul territorio.

A favore del valore legale della laurea si deve considerare che l’università italiana è quasi per intero una università pubblica, pagata al 90% con le tasse di tutti i cittadini e soltanto in piccola misura con quelle degli studenti. In pratica, per ragioni economiche, uno utilizza l’università più vicina (se può permettersi l’università; e c’è chi non può), anche se con le sue tasse le paga tutte. Mi sembra quindi che dovrebbe essere un preciso dovere morale del governo garantire al cittadino che l’università più vicina abbia una qualità almeno accettabile e sia legalmente riconosciuta come qualunque altra. Se esistono università pubbliche la cui qualità non è adeguata, è un preciso dovere del governo lavorare per renderla tale, e di conseguenza la valutazione e classificazione delle università pubbliche è ammissibile solo se è finalizzata a migliorare il livello di quelle che risultino meno valide. E’ comprensibile che molti cittadini e molti studenti avvertano un senso di fastidio quando un ministro o un intero governo ripropone l’idea di abolire il valore legale della laurea: ha il sapore di una fuga dalle proprie responsabilità.

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