La settimana scorsa la Corte di Cassazione ha emesso una sentenza con cui ha esteso alla violenza di gruppo ciò che nel 2010 la Corte Costituzionale – con la sentenza 265/2010 – aveva già fissato per i reati di violenza sessuale compiuti da singoli e per gli atti sessuali su minori, dichiarando incostituzionale la legge del 2009 sulla violenza sessuale.

Sommando la sentenza della Cassazione a quella della Corte Costituzionale 265/2010, emerge che, contrariamente a quanto diceva la legge del 2009, il carcere preventivo non è obbligatorio per i reati di violenza sessuale (che sia di gruppo, individuale o su minori), esattamente come non lo è per tutti gli altri reati (tranne quelli di mafia e criminalità organizzata), ma il giudice è tenuto a valutare, caso per caso, misure cautelari alternative come gli arresti domiciliari, l’obbligo di dimorare in un certo comune, e così via. A meno che non ci sia il rischio (come dice l’articolo 274 del Codice penale) che l’indagato commetta altri reati gravi, si dia alla fuga o cerchi di inquinare le prove.

Ora, per quanto i media abbiano spesso chiarito che la questione riguarda il carcere come «misura cautelare», e cioè prima della condanna, e non la pena comminata dopo la sentenza definitiva (vedi ad esempio quiqui) e per quanto la Corte di Cassazione abbia a sua volta pubblicato una precisazione che spiega le ragioni della sentenza nel caso specifico, le polemiche dei giorni scorsi sui media e sui social network si sono, come spesso accade, scatenate più per una lettura frettolosa dei titoli che per reali approfondimenti del caso.

Se a questo aggiungiamo la rapidità e superficialità con cui si scrivono e leggono i microtesti che circolano su Facebook e Twitter, la frittata e fatta: tutti parlano e litigano, ma su cosa di preciso? E perché? È colpa dei giornali, che producono titoli fuorvianti? Un po’ sì, perché titoli come «La Cassazione e lo stupro di gruppo, il carcere non è più obbligatorio», o «La Cassazione: per lo stupro di gruppo il carcere è facoltativo», fanno davvero pensare che lo stupro di gruppo sia stato depenalizzato da una Cassazione d’improvviso impazzita. In effetti si possono pensare titoli più corretti, ma mettiamoci il cuore in pace: la riduzione e semplificazione che stanno dietro a un titolo possono dare risultati aberranti anche se il/la titolista ha le migliori intenzioni, perché crede di aver scritto giusto e invece il giusto era solo nella sua testa. O era solo implicito, a fronte di altri dieci impliciti che portano da tutt’altra parte.

È colpa dei social media? In parte sì, perché i testi brevi e brevissimi che circolano su Facebook e Twitter derivano da processi cognitivi di astrazione e semplificazione analoghi a quelli che portano ai titoli giornalistici. Ma non solo: di microtesto in microtesto, di riduzione in riduzione, si fa un po’ come nel gioco del bisbigliarsi veloce una parola da un orecchio all’altro: la parola che arriva all’ultimo della catena è completamente diversa da quella sussurrata dal primo. Nel gioco la distorsione fa sorridere. Quando si parla di cose gravi come lo stupro, bisogna starci molto attenti.

È colpa delle donne e degli uomini che se la sono presa con la Cassazione senza essersi studiati le sentenze? Ecco, su questo ci andrei ancor più cauta: lo stupro è un tema doloroso, a volte purtroppo anche tragico. Le donne italiane, negli ultimi anni, si sono spesso sentite poco ascoltate, come se i problemi di disoccupazione, emarginazione e discriminazione che le fanno soffrire nella quotidianità fossero solo nella testa delle neofemministe e non nella realtà economica e sociale del nostro paese. C’è allora da stupirsi se, alla lettura di certi titoli e microtesti sui social media, molte/i siano scattate/i come per un riflesso condizionato? Direi proprio di no.

E aggiungo: non solo non c’è da stupirsi né scandalizzarsi, ma è un bene che molte/i siano scattati. Lo stupro è un problema grave della nostra società (come di molte altre), che va ben oltre gli stupri in strada, che accade nelle case prima ancora che fuori, accade senza che sia denunciato, accade e accade ancora. Lo stupro è un problema culturale, prima che giuridico. E poiché le sentenze della Cassazione e della Corte Costituzionale hanno demandato la decisione sul carcere preventivo alle valutazioni dei giudici caso per caso, è bene che questi giudici sappiano e sentano tutti i giorni che la società in cui vivono e lavorano è attentissima a ciò che fanno, pronta a scattare. E magari qualcuno potrà sbagliare a leggere questa o quella sentenza, ma poco importa: i giuristi preciseranno e le persone capiranno, ma continueranno a stare attente, discutere e, se il caso, criticare e arrabbiarsi. L’importante è che l’attenzione sul tema sia sempre alta. Da parte dei media, dei social media e di tutti. E non solo in occasione di una sentenza.