Sono le sei e un quarto del mattino quando cerco il rasoio per farmi la barba. Mi devo sbrigare. Tra poco devo prendere il treno per Milano. Il rasoio non è più al suo posto e questo è strano. Per anni è sempre stato lì in un angolo minuscolo del cassettone dove la mia compagna raccoglie vagonate di cose di donne. Penso  “ma dove c… l’ha messo” imprecando contro le manie di pulizia e di sovvertimento dell’ordine costituito che si scatenano nei momenti meno opportuni in alcune donne. Donne che di sicuro sono all’origine del disguido. Un disguido che mi farà perdere il treno.

La barba con la lametta per me non è un rito assoluto: non sono di quelli che si fanno la barba tutte le mattine e quando saltano la cerimonia si sentono a disagio in società: come se si recassero in mutande in ufficio, al supermercato o al bar. No. Diciamo che la barba me la faccio quando voglio affrontare il mondo ad armi pari. Mi rado per combattere col potere, non per adeguarmi a esso. Trovo molto divertente la faccia del prossimo quando si trova di fronte un anarchico, comunista parecchio incazzato che con la barba ben fatta, e magari la cravatta, col sorriso sulle labbra gli smonta pezzo per pezzo il mondo in cui rifugia. Medio su tutto: sugli abiti, sui comportamenti, ma non sul linguaggio. Conosco le armi del nemico, il Capitale, e le uso. Una volta gli operai si mettevano il vestito buono per andare alle manifestazioni. Ecco io penso di aver ereditato qualcosa da loro in questo.

Questo è un po’ il significato del radermi per me. Quello di un samurai che si prepara al conflitto col mondo. E se la lama del rasoio viene meno pochi minuti prima della partenza per la battaglia il samurai è nudo, inerme. Nulla può. Così, con questa precarietà interiore, senza aver trovato il rasoio, disarmato e disorientato entro nella doccia.

Nel mio rito la doccia viene sempre dopo la rasatura, un po’ perché così risparmio tempo nel lavare via la schiuma da barba dal viso – che di solito ci scappa sempre una puntina di bianco sotto i lobi delle orecchie – e un po’ perché la rasatura viene meglio se la faccio appena sveglio, senza la pelle riscaldata dall’acqua calda. Questo è il mio stato mentale quando apro la porta della doccia e poco dopo il primo getto d’acqua mi percuote la pelle. Il samurai che è in me entra nella doccia e il suo sguardo cade… sul rasoio! IL MIO RASOIO!

Che ci fa il mio rasoio, con la sua lametta usata, sdraiato tra lo shampoo e le creme della mia compagna? Mi basta una frazione per rendermi conto della situazione. È quel riflesso istantaneo che salva la vita ai samurai nei loro combattimenti e a ciascuno di noi nelle battaglie del vivere quotidiano. Quei tempi brevi in cui si decide un incrocio e un destino. E finalmente capisco.

È Kana, la nostra ospite giapponese arrivata da noi da pochi giorni con il Couchsurfing, un sistema per permette ai viaggiatori di tutto il mondo di ospitarsi l’un l’altro. Una ragazza di Tokio di ventisei anni che ieri sera è uscita per andare a ballare con degli amici italiani. Non ci vuole Sherlock Holmes per intuire che quel rasoio “maschile” è stato usato per una delle pratiche più intime del mondo femminile. La rivoluzione delle donne è arrivata davvero molto lontano se giunge a espropriare le lame del potere agli uomini in questo modo.

Se il mistero è risolto, la giornata della battaglia è cominciata in anticipo per quel Samurai disarmato che mi illudo di essere e che oggi si affaccerà al mondo in modo meno presentabile del solito. Riuscirò a reimpossessarmi della mia lama?

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