L’economia italiana è sostanzialmente ferma da dieci anni. Non sono ragioni congiunturali quelle che spiegano il nostro ristagno. Se fosse così la situazione sarebbe meno grave. Basterebbe agganciare la ripresa mondiale (che prima o poi arriverà) per tornare a crescere. Ma in più occasioni abbiamo avuto la prova che anche quando il resto d’Europa cresce, anche quando l’economia mondiale cresce molto, l’Italia cresce poco e a volte non cresce affatto.

Ci sono ragioni strutturali che oramai ci stanno facendo impoverire. Basti pensare che fino ai primi anni 2000 avevamo un Pil pro-capite superiore a quello medio dell’Unione europea mentre da vari anni siamo sotto la media. Siamo specializzati, ad esempio, in settori maturi e a scarsa complessità tecnologica e questo ci espone, più di altri, alla concorrenza di paesi emergenti a minor costo del lavoro (Cina, Indonesia, e così via). Le nostre quote sul commercio mondiale cadono. La nostra produttività è sostanzialmente ferma da quasi dieci anni.

Il quadro è molto complesso perché sono tanti gli ostacoli strutturali alla crescita e non è semplice ordinarli per grado di importanza. Soffermiamoci su un settore: la scuola. Un utile strumento per capire lo stato di salute della nostra scuola sono le indagini Pisa (svolte ora in Italia in collaborazione con l’Invalsi. Il test Pisa (Program for International Student Assessment)  – per chi non lo sapesse – viene somministrato ogni tre anni a migliaia di studenti di 74 Paesi appartenenti all’area Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) e ad altri paesi.

L’ultimo (risalente al 2009) era focalizzato soprattutto sulla literacy degli studenti di 15 anni: capacità di comprensione e di ri-elaborazione di testi scritti; e una sezione più breve su scienza e matematica. Il campione italiano era un campione stratificato per tipo di scuola (Licei, Istituti tecnici, Istituti professionali ecc) e rappresentativo, per la prima volta, di tutte le regioni e delle provincie autonome di Trento e Bolzano. In Italia, hanno partecipato 30.905 studenti di 1.097 scuole. Un campione quindi molto rappresentativo della scuola italiana.

Il benchmark è costituito dal risultato medio Ocse, che è stato di 493. Tra i paesi Ocse, sono la Corea (539) e la Finlandia (536) che hanno raggiunto il punteggio più elevato. Mentre la media più alta in assoluto è quella degli studenti della provincia cinese di Shanghai (556): questo tanto per ricordare a chi dice che la Cina compete solo sul basso costo del lavoro che invece quel paese si sta dotando di ottime scuole. Seguono: Hong Kong (533), Singapore (526), Canada (524), Nuova Zelanda (521) e Giappone (520) tutti paesi significativamente al di sopra della media Ocse. In linea con la media si collocano Usa, Svezia, Germania, Francia, Danimarca, Regno Unito, Ungheria e Portogallo.

L’Italia invece è significativamente al di sotto con un punteggio medio di 486. E’ un dato preoccupante, sul quale si sarebbe dovuto aprire un grande dibattito nel nostro Paese. Se consideriamo le aree geografiche italiane, scopriamo che gli studenti più preparati sono quelli del Nord Ovest (511), che sono sopra la media Ocse; seguiti da quelli del Nord Est (504), anche questi al di sopra. Il Centro (488) è sulla media italiana e sotto quella Ocse; Sud (468) e Isole (456) sono sotto la media italiana e sotto quella Ocse. A livello regionale è la Lombardia (522) che si colloca sui livelli più alti. Campania, Calabria e Sicilia sono le regioni con i risultati peggiori.

Se guardiamo ai livelli di competenza, scopriamo che l’Italia presenta una quota di studenti nei livelli di eccellenza (livelli 5 e 6) limitata (5,8%) e inferiore a quella media dei paesi Ocse (7,6%). Al contrario, la percentuale di studenti che si colloca sui livelli più bassi di competenza (sotto il livello 2) è maggiore in Italia che nella media Ocse. Anche in Italia vi è un chiaro nesso tra livello socio-economico della famiglia di origine e risultati scolastici.

Altro dato su cui riflettere è che le ragazze sono sistematicamente più brave dei ragazzi: in ogni tipo di scuola. Anche nei risultati di literacy matematica e di literacy scientifica, l’Italia si colloca al di sotto della media Ocse.

Non voglio ora entrare sulle cause di questi risultati deludenti dei nostri studenti ma mi interessa almeno richiamarli all’attenzione. L’istruzione è uno dei campi essenziali per il futuro dell’Italia. Se è vero che ci aspetta una fase di grande trasformazione economica e sociale – passare da settori maturi a settori più avanzati, nel manifatturiero ma soprattutto nel terziario – servono persone preparate, capaci, innovative, curiose, collaborative. La scuola italiana deve diventare più competitiva.

So che chi ha una formazione umanistica storce il naso quando sente parlare di “competitività” della scuola, ma qui il punto non è insegnare “economia aziendale invece che Eschilo” (anche se non farebbe male studiare l’economia anche nei Licei classici e scientifici). Si tratta, almeno, di insegnare gli strumenti: sintattici, logici, culturali, scientifici. Il livello attuale non è soddisfacente, come abbiamo appena visto. Gli studenti cinesi o coreani sono molto più competenti di quelli italiani.

Non c’è una sola ricetta. In campo scolastico ci sono varie possibili soluzioni. Si deve favorire la sperimentazione di tecniche e soluzioni alternative. Si devono coinvolgere gli insegnanti innanzitutto. Ci vorrebbe un grande piano di formazione e di sperimentazione. Servirebbe un ripensamento anche dei programmi didattici. La sfida è difficile certo, e certo non si possono fare le riforme con i fichi secchi. Ma qui non è la “grande, ennesima e inutile riforma”, che serve, ma solo far funzionare le scuole di cui disponiamo.

“E i soldi agli insegnanti?”, dirà qualcuno. Ecco, sotto questo aspetto ci vorrebbe il coraggio di fare scelte. Non si può tagliare la spesa pubblica corrente in modo orizzontale. Si deve avere una lista di priorità. Meno alle pensioni (agli anziani) e più alle scuole (ai giovani). Meno alle rendite (ripristinare l’Ici) e più al capitale umano (scuola). Ma servono criteri meritocratici per ripartire i fondi e le risorse. Premiare le scuole che funzionano meglio; premiare gli insegnanti che si impegnano di più e che trasmettono meglio le competenze.

I test Pisa sono uno strumento utile per valutare i risultati raggiunti. Ma attenzione, se non si fanno i controlli adeguati si rischia che lo strumento diventi inutile. In alcune scuole, infatti, gli insegnanti potrebbero impiegare il tempo ad insegnare come rispondere ai test Pisa, invece che insegnare l’Eneide o i principi della termodinamica.

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