Il ministro dell'Agricoltura Saverio Romano

“Non so se il ministro dell’Agricoltura sia responsabile di quei reati inquietanti, ma chi ha una certa idea del centrodestra, della politica e dell’Italia vorrebbe vivere in un Paese in cui per opportunità in questi casi ci si dimette da certi incarichi”: è un Gianfranco Fini che non usa mezzi termini quello che da Napoli, dove è intervenuto in una manifestazione del suo partito, ha chiesto a Saverio Romano di farsi da parte. La motivazione del presidente della Camera era arrivata un attimo prima, ovvero prima della stilettata al politico siciliano. “Per motivi di credibilità e opportunità” – aveva detto Fini – quando si è indagati o rinviati a giudizio o condannati in primo grado bisognerebbe “fare un passo indietro per porre l’istituzione che si rappresenta al di sopra di ogni sospetto” ha detto Fini, perché non si può dare l’impressione “come troppe volte è accaduto” di poter “piegare a proprio vantaggio la legge” se si hanno “mezzi, conoscenze e strumenti”.

Immediata la risposta del diretto interessato, che ha ribattuto al presidente di Montecitorio mettendoci il carico. “Fini è ormai insolente – ha detto Saverio Romano– . Ha capitanato una mozione di sfiducia nei miei confronti che è stata bocciata dal Parlamento. Abbia almeno il rispetto per l’organo che presiede. Ma ormai sappiamo che egli è più il capo di un partito che approfitta del ruolo istituzionale, cosa che dovrebbe metterlo nelle condizioni di un impeachment vero e proprio”. In seguito, invece, il ministro dell’Agricoltura ha risposto direttamente alla richiesta di dimissioni avanzata dal leader di Fli. “Egli è persona intelligente – ha detto Romano – e sa come tutti che non può continuare a fare il presidente della Camera contro il governo, ma mi rendo conto che il conflitto che si è aperto nel nostro Paese può essere risolto solo con atti di buona volontà. Per quanto mi riguarda, posso aiutarlo: si dimetta da presidente della Camera e un minuto dopo seguiranno le mie dimissioni; altrimenti – è stato il pensiero del ministro – il suo si rivela un’ulteriore aggressione nei miei confronti, nei confronti del governo e della maggioranza parlamentare”.

Al fianco del ministro dell’Agricoltura si è schierato anche Popolo e Territorio, ovvero gli ex Responsabili di Domenico Scilipoti. “Alla Camera, Fini non è più il garante – è scritto in una nota ufficiale del gruppo – . Oramai fa confusione tra il ruolo di leader di partito e quello di presidente della Camera, visti anche i precedenti dei giorni scorsi rispetto alle decisioni assunte sull’iter parlamentare. A questo punto – hanno attaccato gli ex Reponsabili – riteniamo che la maggioranza debba interrogarsi se non sia giusto prendere una decisione che rimetta in discussione la poltrona più alta di Montecitorio”.

La polemica a distanza tra Fini e Romano ha inoltre scatenato la reazione degli schieramenti di riferimento. Per Italo Bocchino “Saverio Romano non conosce le regole fondamentali delle istituzioni, altrimenti saprebbe che il governo dipende dal Parlamento che gli dà la fiducia. Ciò significa che qualsiasi membro della Camera, a partire dal suo presidente, può auspicare o chiedere le dimissioni di un membro del governo, mentre non è possibile il contrario”. Secondo il vicepresidente di Fli, inoltre, “la permanenza di Romano al governo è certamente inopportuna per le istituzioni, come ha detto Fini, essendo l’unico ministro al mondo imputato per mafia. Va inoltre ricordato – ha aggiunto Bocchino – che fu nominato ministro contro il parere del presidente della Repubblica e nelle more del voto in Parlamento sul caso Ruby, mentre i suoi uomini in giunta per le Autorizzazioni a procedere minacciavano di non salvare Berlusconi se non ci fosse stato prima il comunicato della sua nomina a ministro. Se questa è politica lo giudichino gli italiani”.

Non meno dura la presa di posizione di Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl a Montecitorio, secondo cui “caricatura per caricatura, l’onorevole Fini purtroppo è diventato la contraffazione di un presidente della Camera, essendo fazioso non solo quando è fuori da Montecitorio, ma anche nella gestione della Presidenza della Camera, come si è visto nelle sedute dell’altra settimana nelle quali ha avuto il comando delle operazioni nell’attacco procedurale e non politico che l’opposizione ha condotto nei confronti del governo Berlusconi”.