Berlusconi, chiedendo la fiducia, dice che l’Italia è un sistema vitale, ricco, vivo. Dice che loro sentono la responsabilità, che vogliono sconfiggere la strategia della paralisi, che vogliono agire con la rapidità e l’efficienza imposta dai tempi. E mentre lo dice, Umberto Bossi al suo fianco ne mima i significati più intimi e profondi, come un implacabile traduttore istantaneo, uno specchio deforme, una macchina della verità che mostra la reale natura delle cose, celata dall’ennesimo vaniloquio ad uso e consumo di una compagnia di giro che non incanta più nessuno.

Sono ben dodici gli sbadigli profondi e cavernosi che l’élite direzionale del “Governo del fare” riesce a dispensare, assisa sullo scranno più sacro del tempio della Democrazia, nel giro di neppure 19 minuti. Nessun altro simbolo avrebbe potuto essere altrettanto efficace e potente di questo, per sigillare come un epitaffio tombale il declino di un esecutivo narcolettico, catalettico, atonico, vuoto simulacro in rappresentazione della totale paralisi istituzionale, come un bozzolo incartapecorito, abbandonato dalla vita e vittima di un progressivo, pietoso collassato strutturale.

Dopo avere abbondantemente superato il suo termine naturale, la gerontocrazia che infesta i gangli vitali di questo Paese deve giungere immediatamente anche al suo termine istituzionale. Altrimenti, ci trascineranno tutti nella tomba insieme a loro.

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