Gli italiani vanno pazzi per il tonno in scatola. È uno degli alimenti più comuni nelle nostre dispense, ingrediente immancabile in insalate e nella cucina di tutti i giorni. Il consumo annuo in italia supera le 140 mila tonnellate a fronte di una produzione nazionale pari a 85 mila tonnellate di scatolette. Come è possibile che continui a costare così poco un prodotto industriale che sfrutta una risorsa ittica sull’orlo dell’estinzione? Perché la Commissione europea sempre attenta ad applicare il principio di precauzione in riferimento a possibili rischi che riguardino la nostre salute ma anche l’ambiente, l’ha così scarsamente applicato al problema della pesca?

Dello stato di conservazione delle specie ittiche si parla sempre di più, ma probabilmente non abbastanza visto che le nostre abitudini sono ancora pressochè immutate. Greenpeace sta monitorando i produttori di tonno in scatola e le loro scelte per ridurre la pressione antropica. Se consultate la pagina Tonno in trappola troverete il posizionamento dei vari marchi rispetto all’impatto ambientale.

Sembra che qualcosa si stia muovendo e che sempre più produttori, forse sensibilizzati da un calo della domanda, comincino a muovere qualche passo per far sì che il tonno impiegato sia più tracciabile e possibilmente catturato con tecniche di pesca più accettabili. I problemi connessi alla pesca del tonno riguardano principalmente:

1) le tecniche di pesca che potremmo definire di portata industriale visti i quantitativi di tonno che riescono a catturare:
– le reti a circuizione utilizzate con sistemi di aggregazione per pesci o Fad;
– le palamite, che sono lenze lunghe fino a 100 chilometri, a cui sono attaccati fino a 3.000 ami);

2) gli allevamenti per l’ ingrassamento dei tonni dove questi vengono nutriti con pesce pescato appositamente per aumentarne il peso e quindi il valore. Questi allevamenti producono inquinamento che altera l’equilibrio marino e comportano lo sfruttamento di altre specie (circa 20 kg di alici per 1 kg di tonno);

3) La pressione di pesca eccessiva che non lascia il tempo agli stock di pesce di rigenerarsi portandoli inevitabilmente verso l’estinzione;

4) Il baycatch o pesca accessoria: le tecniche di pesca impiegate per il tonno catturano anche altre specie come tartarughe, squali e mante, che vengono rigettati in mare ormai in fin di vita. Per evitare le pesche accessorie bisognerebbe che su ogni peschereccio ci fosse personale addetto a controllare e liberare le altre specie catturate. Molte marche di tonno in scatola espongono il marchio “dolphin safe” che tutela i delfini ma non le altre specie catturate.

Un’alternativa più sostenibile sono le lenze con pochi ami a fronte di quote di pesca ridotte e determinate a livello mondiale tenendo conto delle dimensioni degli stock attuali. I tempi sono maturi per una reale presa di coscienza del problema e magari per cambiare le proprie abitudini alimentari.

Poche sono ancora le aziende produttrici di tonno in scatola che hanno fatto reali passi verso una maggiore sostenibilità. Nel frattempo, è aumentata la produzione di sgombro sott’olio, sarde, ricciola e altri pesci, ma la prima cosa da fare è indubbiamente ridurre il consumo di prodotti ittici. È importante agire su più fronti: per prima cosa ci vorrebbero scelte politiche forti e coraggiose in modo da ridurre le quote di pesca a livello mondiale, accrescere le aree marine protette e aumentare i controlli.

In attesa che i politici affrontino responsabilmente il problema non ci resta che agire autonomamente e cambiare le nostre abitudini quotidiane. All’inizio vi sembrerà complicato evitare di mangiare alcuni pesci come il tonno, soprattutto quello in scatola che è così comune e rassicurante, ma solo agendo sulla domanda produrremo effetti significativi sull’offerta e quindi sulla pressione di pesca.

Al momento dell’acquisto, privilegiate pesce azzurro dei nostri mari. Verificate che i pesci non siano sotto taglia e che quindi abbiano avuto la possibilità di riprodursi prima di essere pescati. Il consumo di pesce non dovrebbe superare le due volte a settimana ed è sempre meglio privilegiare pesci che si trovano in fonda alla catena alimentare, come alici, sarde, ecc. Non è facile determinare quale sia la scelta migliore tra pesci di allevamento e pescati perché dipende da diverse variabili che cambiano da caso a caso. Se dovete acquistare pesce di allevamento sceglietelo biologico perché fornisce maggiori garanzie circa la sostenibilità.

Per saperne di più potete guardare il documentario The end of the line, visitare il sito FishOnline oppure consultare alcune guide come Mangiamoli Giusti di Slowfish (Slowfood), Sai che pesci pigliare del Wwf e la Guida ai consumi ittici di Greenpeace.

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