Ci vengono a raccontare che un pattuglione compatto di “toghe rosse” cerca di abbattere il premier a colpi di codice penale. Ma basta passare una sera ad ascoltare Ilda Boccassini, il magistrato che a Silvio Berlusconi contesta il reato più infamante della suo ricco curriculum, la prostituzione minorile, per accorgersi che il pattuglione non è affatto compatto, né a tinta unita. “Il magistrato deve ispirare al cittadino trasparenza ed estraneità”, afferma la coordinatrice della Direzione distrettuale antimafia di Milano, intervenuta a un’iniziativa della Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Pavia. Cioè, come aveva detto in in precedenti occasioni, deve stare lontano dai riflettori: “Può parlare, ma non alle manifestazioni di piazza, perché abbiamo dei limiti rispetto agli altri cittadini”.

Parole molto simili a quelle pronunciate poche ore prima dal ministro della Giustizia Francesco Nitto Palma al plenum del Consiglio superiore della magistratura, contro il “frequente rilascio di dichiarazioni agli organi di informazione da parte di magistrati”, spesso con “giudizi di valore, espressioni pesanti e irriguardose, allusioni che denotano precise prese di posizione”. Ma “non si parli di intento bavaglio”, ha aggiunto il ministro, quanto di “self restraint”, cioè riserbo.

E non è certo questa l’unica presa di distanza dai colleghi che di solito vengono “arruolati” sul fronte antiberlusconiano. Nelle intercettazioni che poi finiscono sui giornali “non devono uscire fatti che non hanno a che fare con l’inchiesta penale”, spiega ancora la mente dell’inchiesta su Ruby davanti ai cinquecento studenti dell’aula magna dell’Università di Pavia e a quelli che la seguono in video in una sala vicina. “Un pubblico ministero degno di questo nome deve essere in grado di controllare e selezionare l’operato della polizia giudiziaria”, quella che realizza e trascrive materialmente le conversazioni. “E se questo non viene fatto, anche io mi indigno leggendo sui giornali cose cose che non dovrebbero starci”. Insomma, che le intercettazioni siano usate “come strumento di lotta politica è un fatto”, continua Boccassini. Solo che in questo “clima di conflittualità” tra politica e magistratura “è difficile riformare la giustizia, è tutto bloccato”.

Lei i riflettori non li ama affatto, nonostante in tre decenni di carriera abbia affrontato inchieste di grande rilievo, a cominciare da quella sulle stragi di Giovanni Falcone (di cui era amica) e Paolo Borsellino. Qualche volta, però, accetta inviti a parlare di mafia e codice penale nelle facoltà di giurisprudenza. Il 4 maggio lo aveva fatto all’Università Statale di Milano, sollevando tra l’altro la questione dell’omertà degli imprenditori del nord di fronte alla mafia. Ieri sera è intervenuta alla rassegna “Mafie 2011: legalità e istituzioni”, ideata dal giurista Vittorio Grevi, deceduto a dicembre, e organizzata dagli studenti dellUdu e dell’Osservatorio antimafia di Pavia (l’anno scorso era intervenuto lo scrittore Roberto Saviano). In entrambe le occasioni, prima di entrare in aula ha fatto sgomberare tutte le telecamere, spiegando di volersi limitare a “un momento di riflessione” con i ragazzi.

E’ da questi incontri che viene fuori il ritratto di un magistrato eterodosso rispetto a riti e miti dell’antimafia e della legalità. “Credo poco nei comitati antimafia se non nelle sedi istituzionali”, butta lì proprio mentre un organismo del genere, voluto e guidato da Nando dalla Chiesa, sta per vedere la luce a Milano. Attacca un certo movimentismo che, dopo decenni di silenzio glaciale, anima la società civile lombarda sul tema della lotta ai clan trapiantati al nord: “Sulla mafia non mi piace sentire gridare slogan in piazza, non mi piace la demagogia”.

Quando le si propone il tema del rapporto mafia-politica, marca ulteriori distanze. Nelle inchieste della sua Dda di pubblici amministratori ne compaiono parecchi, dal consigliere comunale all’assessore regionale, a vario titolo in contatto con presunti mafiosi e ‘ndranghetisti. Quasi nessuno, però finisce indagato. “Ci riteniamo pubblici ministeri che non seguono la politica, ma gli elementi di prova e le leggi, che fissano dei paletti”, spiega Boccassini. E scandisce: “Fare i processi ai politici senza averne gli elementi è un grande vantaggio che si dà alla mafia. E’ quello che è successo quando si sono portate a processo persone che si sapeva non avrebbero potuto essere condannate in via definitiva”.

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