Visto lo scontro fra Rosy Bindi e Maurizio Belpietro? E quello fra Giovanni Valentini e Giorgio Stracquadanio? Niente male… Enrico Letta e Mario Sechi hanno fatto scintille… A Muso duro ancora Valentini e Mariastella Gelmini. Arturo Diaconale è riuscito a far perdere le staffe anche a Giorgio La Malfa… E quella volta che Massimo D’Alema mandò a farsi f… Alessandro Sallusti? E con chi se la vede Concita De Gregorio quando la chiamano? E Carlo Rossella, per conto di chi parla? E Massimo Giannini con chi incrocia la spada?

Ormai ci abbiamo fatto l’abitudine. Prima Porta a porta, poi Santoro e Ballarò, ora anche la mattina con Andrea Vianello, i talk pomeridiani, ecc. ecc. Ma c’è quasi sempre qualcosa che non funziona in queste trasmissioni, un equivoco di fondo, prodotto e a sua volta produttore di ulteriore confusione e imbarbarimento mediatico: il confronto ed eventualmente lo scontro non fra politici di opposte fazioni, ma fra un politico ovviamente e un giornalista (meno ovviamente) di parte. Un giornalista non è o, meglio, non dovrebbe essere di parte. Altrimenti non è un giornalista: è un agit-prop, un addetto stampa, un propagandista o peggio (per esempio: un killer pagato per colpire, frastornare o fare confusione).

Già la nostra politica è da un canto politicante e dall’altra strumentalmente aggressiva e poco trasparente. Già quando abbiamo due politici, uno di fronte all’altro, è difficile per un cittadino distinguere torti e ragioni, e prima ancora capire la sostanza reale delle questioni di cui si parla. Il fatto è che gli intervistatori e i conduttori sono già di loro considerati “di parte” o sono in effetti di parte, con la conseguenza che non si sentono legittimati e che comunque non riescono a imporsi con tale autorevolezza da pretendere dagli intervistati risposte chiare a domande inequivocabili, e da interrompere e, se necessario, mettere alla porta il “politico” che provoca e insulta anche ferocemente l’interlocutore, non risponde alla domande, aggredisce, si sovrappone con la propria voce a quella degli altri, impedisce di fatto alla trasmissione di essere una trasmissione e non invece un indescrivibile, inutile e degradante pollaio.

A tutto questo – come se non bastasse – i nostri cari conduttori (a cominciare da Giovanni Floris) hanno aggiunto quell’altro contributo di confusione e di imbarbarimento: invitare un giornalista “di centrosinistra” per duellare con il politico di centrodestra e costringere un leader di centrosinistra a subire le provocazioni di un “giornalista” di centrodestra (che quasi sempre è in effetti un dipendente del Cavaliere). Con la conseguenza, ad esempio, che il giornalista di Repubblica finisce con l’essere percepito dai telespettatori come il Feltri o il Belpietro o il Sallusti di sinistra (e invece così non è, perché Il Giornale è di Berlusconi e la Repubblica non è di Bersani o Di Pietro ma Di De Benedetti, che non è premier e non è sceso in politica, e comunque la Repubblica è un giornale, orientato ma un giornale vero, e Il Giornale e Libero hanno smesso di esserlo da un bel pezzo, per diventare semplici armi contundenti, per tacere del “metodo Boffo”). E con la conseguenza che il politico di centrosinistra, magari anche un leader di prima grandezza o il segretario del Pd o Casini è costretto a vedersela e a farsi degradare a contraltare del dipendente di Berlusconi.

Se il teatrino televisivo riuscisse a fare questo passo indietro – in direzione della chiarezza dei ruoli e degli interessi in campo – già sarebbe un piccolo ma prezioso passo in avanti. E per fare questo non c’è bisogno della mitica rimozione del quadro dirigente berlusconiano in Rai: è una cosa che, qui ed ora, può già cominciare a fare Floris di suo.

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