L’aborto torna protagonista della politica americana. I nuovi deputati e senatori repubblicani, arrivati al Congresso con le legislative del 2010, e spesso sponsorizzati dai Tea Parties, hanno portato a Washington slogan e idee radicalmente antiabortiste.

“E’ un fenomeno cui non ho mai assistito in 12 anni di attività professionale”, spiega Elizabeth Nash, ricercatrice del Guttmacher Institute, un gruppo che si occupa di diritti delle donne. L’onda antiabortista è però particolarmente visibile a livello dei singoli Stati. La settimana scorsa il Kansas, sulla scia del Nebraska, ha introdotto la “fetal pain law”, una norma che vieta l’aborto dopo le 21 settimane. Secondo il governatore Sam Brownback, “i feti provano dolore dopo quella data” (un’opinione non condivisa da gran parte della comunità scientifica). Sedici altri Stati hanno iniziato a considerare misure simili.

Il governatore dell’Arizona, Jan Brewer, ha intanto firmato una legge che cancella le esenzioni fiscali per donazioni agli ospedali che offrono l’interruzione di gravidanza. In Massachussetts è finito sotto accusa, e rischia la chiusura, un sito rivolto alle teenagers, Mariatalks.com, che tra le altre cose dà suggerimenti su come procurarsi un aborto (“è un tema spinoso – si dice nel sito – ma l’aborto è un fatto comune, sicuro ed efficace”). La “palma” dello Stato più antiabortista spetta comunque all’Oklahoma. Qui il governatore, Mary Fallin, ha fatto passare ben due leggi: la prima proibisce l’aborto dopo la ventesima settimana; la seconda, impedisce di commercializzare nello Stato polizze assicurative che coprano i costi dell’interruzione di gravidanza.

“E’ il ‘liberi tutti’ della battaglia dei conservatori americani”, dicono ancora al Guttmacher Institute. Il simbolo di questa battaglia è comunque soprattutto uno: la gloriosa “Planned Parenthood”, l’associazione che dal 1916 offre servizi legati alla libertà riproduttiva, all’educazione sessuale, al controllo delle nascite, divenuta per i conservatori d’America l’enorme macchina che mangia soldi pubblici per finanziare l’aborto. Durante la recente discussione su come ridurre il deficit federale, i repubblicani hanno tentato il colpo grosso e proposto la cancellazione dei finanziamenti a Planned Parenthood. La misura è passata alla Camera, ma è naufragata, per un solo voto, al Senato. “Planned Parenthood è la Lenscrafters dell’aborto”, ha spiegato Michele Bachmann, la repubblicana del Minnesota, probabile candidata alla presidenza, paragonando il gruppo abortista alla grande multinazionale dell’ottica. A poco è valsa la realtà dei fatti, e delle cifre. Planned Parenthood riceve 363 milioni di dollari in finanziamenti federali. Per legge, non un solo cent può essere usato per finanziare servizi abortisti, che d’altra parte rappresentano soltanto il 3% dell’attività di Planned Parenthood (che si occupa soprattutto di contraccezione, malattie sessualmente trasmettibili, mammografie e salute delle donne in generale).

La realtà è appunto solo un dettaglio, in un dibattito che è diventato soprattutto ideologico, e che mette in gioco sentimenti, visioni morali, fede religiosa, passioni civili. La Chiesa cattolica americana ha preso l’occasione al volo, e con Timothy M. Dolan, arcivescovo di New York, ha chiesto ai politici della città di intervenire per ridurre il numero di interruzioni di gravidanza (90 mila all’anno, una tra le percentuali più basse d’America). Sullo sfondo della battaglia dei conservatori c’è un obiettivo di medio termine: la chiusura di gran parte delle cliniche che nel Paese offrono alle donne servizi abortivi (la Virginia, per esempio, sta progettando una serie di leggi che imporrebbero alle cliniche costi troppo alti – in termini di personale, sale operatorie, ambulatori, sicurezza – per continuare a garantire l’interruzione di gravidanza). A lungo termine l’obiettivo – il sogno – degli antiabortisti d’America è però soprattutto un altro: superare la Roe v. Wade, la storica sentenza della Corte Suprema che nel 1973 legalizzava l’aborto. Un superamento che è ormai una realtà di fatto, vista la rete di limitazioni, costrizioni, ostacoli messi ormai un po’ ovunque negli Stati Uniti al diritto d’aborto.

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