Sono i giorni della grande incertezza attorno all’Ilva: si leggono tra le righe le dichiarazioni per capire quale sarà la prossima mossa dopo le carte scoperte da Am Investco e lo stop del ministro Carlo Calenda. Una situazione che ricorda la scena più tesa dei western, nella quale tutti puntano le pistole contro gli altri. È uno dei passaggi più delicati nella vicenda del più grande gruppo della siderurgia italiana. Dopo il tavolo del negoziato fatto saltare dal governo, la prossima mossa tocca agli indiani di Arcelor Mittal, principali azionisti della cordata della quale fa parte anche il gruppo Marcegaglia. Il primo commento dopo lo “sconcerto” espresso lunedì in una nota dai futuri proprietari dell’Ilva è stato di Aditya Mittal, amministratore delegato per l’Europa del colosso indiano dell’acciaio: “Vogliamo trovare una soluzione insieme a governo, istituzioni locali e sindacati per un futuro sostenibile di Ilva – ha detto – Speriamo fortemente di poter proseguire con le discussioni e trovare un punto d’accordo. Abbiamo stabilito di investire molti capitali per migliorare le attività industriali e le performance ambientali”. Un ritornello che non scioglie dubbi e interrogativi sulla cessione di un pezzo strategico dell’industria italiana.

Il muro contro muro sul salario
Il primo da risolvere resta quello legato agli stipendi dei quasi 10mila dipendenti che Am Investco riassumerà con il Jobs Act. È stato il punto di rottura con il governo. Il ministero dello Sviluppo economico sostiene che il costo medio del lavoro (50mila euro, pari ai livelli attuali) proposto in fase di gara non poteva essere rivisto al ribasso in fase di negoziazione in esclusiva. Ma di scritto non c’è nulla. E Am Investco ha deciso di eliminare scatti di anzianità e integrativo che valgono tra il 20 e il 30 per cento della busta paga per compensare l’aumento di circa mille assunti richiesto dal governo.

Il decreto che c’è, ma non si vede
Il gruppo sostiene che l’unica promessa era l’aumento dei dipendenti. Sbrogliare il nodo è impossibile perché il testo del decreto firmato il 5 giugno non è stato reso pubblico. “E’ la prassi in occasione delle vendite”, fanno sapere dal Mise. E non è stato reso noto nemmeno il contratto firmato dai commissari Laghi, Carruba e Gnudi nella fase di negoziazione in esclusiva. Al di là di quanto è stato formalmente stabilito in quei documenti, la pedina deve muoverla Am Investco: se ritira la parte legata all’azzeramento di anzianità e integrativo, si ricomincerà a parlare.

Il nodo esuberi
A quel punto il confronto si sposterà sui 4.200 esuberi, oltre 3mila dei quali a Taranto e 599 a Genova. Per i sindacati non bisogna lasciare nessuno per strada. Anche perché Am Investco sostiene di voler arrivare a una produzione di 10 milioni di tonnellate di acciaio all’anno. “Nei periodi di massima espansione a Taranto se ne sfornavano 9,5 milioni con 14mila dipendenti e volumi notevoli di straordinari – dicono fonti sindacali a ilfattoquotidiano.it – È logico quindi porsi un tema legato alla credibilità del piano industriale di Am Investco: i numeri non tornano”. I calcoli non tornavano nemmeno ai tecnici nominati per la valutazione delle offerte: “Il piano è incoerente su investimenti e volumi di produzione”, scrivevano gli esperti nella loro relazione che non è bastata a far cambiare idea ai commissari. 

I 4.200 sotto l’ombrello dei commissari. A tempo
Chi non verrà riassunto da Am Investco lavorerà per Ilva in amministrazione straordinaria occupandosi dei lavori di ambientalizzazione che verranno ‘pagati’ grazie al miliardo dei Riva rientrato dall’estero negli scorsi mesi. Opere destinate a essere terminate al massimo nel 2023. Al momento, dopo quella data non c’è alcuna garanzia di continuità lavorativa per gli oltre 4mila operai. Diverse le ipotesi sul campo, nessuna certezza né impegno formale. Toccherà agli attuali commissari – e quindi al governo – trovare una soluzione. Di certo, gli esuberi di Genova resteranno nel capoluogo ligure. “Ma ci interessa capire quale sarà il loro impiego. In virtù dell’accordo di programma firmato nel 2005 già in 300 sono attualmente impegnati in lavori socialmente utili, esterni al sito – spiega Rosario Rappa, responsabile siderurgia della Fiom-Cgil – Ora se ne aggiungono altri cinquecento. Ci spieghino come intendono occupare chi non verrà riassunto da Am Investco”.

Le ripercussioni sull’indotto
Gli oltre 3.000 esuberi di Taranto, come detto, verranno invece impegnati nell’ambientalizzazione del sito. Così – ragionano i sindacati – si sostituiranno alle ditte dell’indotto che avrebbero potuto svolgere quei lavori, almeno in parte. Il tema posto dai rappresentanti dei metalmeccanici ha creato un inedito asse con Confindustria: “Non va bene, perché sono necessarie le competenze adeguate e specializzate per questo compito – dice Vincenzo Cesareo, presidente degli industriali jonici – Così facendo, resterebbero fuori dalla bonifica le imprese del territorio”. Ma non è finita qui. Altre nubi si addensano sull’indotto. Nel documento inviato venerdì dagli acquirenti, si legge che i 10mila assunti potrebbero finire anche in aziende controllate da Am Investco. Tradotto: impegnati in lavorazioni di altro tipo. “Ma non si capisce queste società a cosa servirebbero – si interroga Rappa – Si tratta di commesse che finora Ilva ha appaltato? Se così fosse, si determinerebbe una compressione dello spazio d’azione per le ditte locali”. Anche questa preoccupazione è condivisa da Cesareo: “Sono a rischio gli oltre 3mila addetti delle imprese che ogni giorno entrano nello stabilimento. E poi i fornitori esterni, da sempre figli di un dio minore, ancora in attesa di pagamenti pregressi”.

Lo scenario peggiore
L’accordo con i sindacati è vincolante per formalizzare la cessione. Se non arriverà la stretta di mano, resterebbe lo scenario peggiore: l’uscita di scena di Am Investco, su cui pende ancora il parere dell’Antitrust europeo. Anche perché nel frattempo la validità del rilancio in extremis di Acciaitalia, la cordata perdente a giugno, è scaduta il 30 settembre. Tutto quindi verrebbe rimesso in discussione: gara da rifare e un preoccupante allungamento dei tempi per ridare un futuro all’Ilva.