di Bernat Rotger Diaz*

Una lotta di legittimità

La questione catalana è una partita a scacchi. E’ in corso una crisi di Stato e non esiste una soluzione reale che soddisfi tutti. La chiave resta quindi la coesistenza pacifica e democratica. Dopo la repressione violenta da parte dello Stato centrale al referendum dello scorso primo ottobre, l’insorgere del popolo catalano ha portato a uno sciopero generale, quello del 3 ottobre, che ha avuto un seguito non indifferente. Il problema principale consiste nella legalità del referendum. La posizione del governo centrale è legittima e trova conferma nei suoi aspetti giuridici: senza il rispetto delle leggi, la democrazia non esiste. Nella pratica, però, quel che resta sul tavolo è il malcontento (sociale e politico) di oltre tre milioni di persone che pensano di non essere autorizzate a esprimere liberamente la loro volontà su una questione politica di prim’ordine. La soluzione sembra quella di negoziare.

Con il fallimento del progetto federale, lanciato con la demolizione dello Stato catalano nel 2005 e il desiderio legittimo di una più grande autonomia e la convinzione che l’85% della società catalana, nel pieno diritto di decidere, anche e con le “mareas” – le manifestazioni di Madrid contro l’austerità –  nel resto dell Spagna, il popolo catalano ha fatto la differenza in termini di quantità e mobilitazione. La lotta cominciata dalle manifestazioni d’indipendenza negli anni successivi alla demolizione dello Stato e il conflitto con il governo centrale per il referendum successivo al 2014 fanno parte di una lunga lotta del popolo catalano per la democrazia e la libertà.

Ho votato. Per cosa non importa. Il fatto di farlo implica già una lotta per l’aumento delle libertà democratica nello Stato spagnolo. La Costituzione non è stata votata dalla generazione dei “millennials” e la lotta per un nuovo modello territoriale (che non deve essere l’indipendenza) fa parte di una lotta più grande: l’approfondimento della democrazia.

Crisi parallela e austerità

Con il crack finanziario, i crediti subprime hanno inquinato il sistema finanziario mondiale e hanno fatto esplodere la bolla immobiliare anche in Spagna. E’ stata inaugurata così la crisi più difficile della storia di Spagna e ha portato più contraddizioni. Due scioperi generali e la mobilitazione degli Indignados del 15-M non hanno impedito le nuove riduzioni e la riforma del lavoro. La Catalogna andava alle elezioni nel 2012, davanti ai fallimenti reiterati di un nuovo patto fiscale e all’incapacità di formare un governo stabile in tempi di austerità. Con i nuovi risultati parlamentari, è stato raggiunto un accordo storico con il partito di centrosinistra (Erc) e il centrodestra catalano (Ciu, oggi Pd cat) per cominciare “il processo”. Primo obiettivo: il referendum.

Dopo il fallimento dell’organizzazione del primo referendum, nel 2014, si è ritornati alle elezioni nel 2015, ma questa volta sotto forma di elezioni plebiscitarie. Abbiamo vinto la coalizione elettorale di Junts pel Si (Erc+Ciu) ma non eravamo abbastanza forti per la maggioranza assoluta. Bisognava dunque convincere la Cup (un piccolo partito filoindipendentista e anticapitalista) a formare un governo. La pressione sociale è aumentata al punto giusto per fare un nuovo referendum e proclamare l’indipendenza.

Esistono delle contraddizioni nel progetto dell’Indipendenza: l’alleanza tra destra e sinistra ha una data di scadenza, non c’è maggioranza assoluta nei voti che sostengono il progetto (oltre il 51%) e, infine, la sinistra spagnola è in attesa di andare al potere.

Una partita di scacchi e il vento del Portogallo

Alle elezioni amministrative del Portogallo, l’anti-austerità ha vinto. La sinistra spagnola (Podemos e Psoe) è a favore di una nuova riforma costituzionale in chiave federale. Nel caso di Podemos, anche loro sono a favore di un referendum legale e pattuito. Se l’attuale presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, emana una Dichiarazione unilaterale di indipendenza (Dui) è molto probabile che ci sarà una sospensione dell’autonomia e quindi future elezioni. Secondo il risultato delle prossime elezioni catalane, il problema continuerà ed è molto probabile che ci sarà ancora una maggioranza indipendentista. Sempre che ci sia una maggioranza in grado di garantire il diritto di decidere.

D’altra parte, in Portogallo, la sinistra è stata semplicemente spazzata via alle elezioni municipali. I partiti nazionalisti dello Stato spagnolo sono necessari alla formazione delle maggioranze parlamentari nel Parlamento attuale. Se i partiti nazionalisti catalani e baschi volessero, potrebbero partecipare a una nuova mozione di censura contro il governo Partito popolare (Pp) propugnata dai partiti di sinistra.

Sarebbe l’inizio di un nuovo governo e di elezioni nello Stato centrale, dove i venti del Portogallo potrebbero arrivare. In questo scenario, negoziare sarebbe possibile anche se la modifica della costituzione abbia bisogno dei due terzi del parlamento spagnolo. E’ quindi difficile che ci sia una riforma costituzionale senza il sostegno della destra spagnola. Tutto sarà questione di volontà politica.

* Dottorando in Historia económica alla Universitat de les Illes Balears