C’era chi temeva che avrebbe mollato tutto, che fosse il momento di altri progetti, che ormai la sua figura venisse ritenuta un po’ logora. Invece no: domani su Sky Uno ricomincia Hell’s Kitchen e, tranquilli, ci sarà anche il signor Scardovelli che – lode al cielo – continua ad essere di bocca buona e quindi ogni settimana si presenterà a sgranocchiare al ristorante-scuola-gioco di Carlo Cracco per contribuire a giudicare il lavoro dei 14 cuochi-concorrenti. La Cucina dell’inferno arriva alla quarta stagione e – come per la scrittura di Masterchef – si autoalimenta, preferibilmente anche nello share, grazie a una regolina che tutti gli star-chef sono soliti ripetere: il futuro si costruisce con il passato, l’innovazione non è niente senza tradizione. Così, appunto, tornerà Scardovelli – inserito come personaggio quasi-muto nel cast dello scorso anno -, così come resterà il maître Luca Cinacchi (che così non dirà nulla ma è quello che Cracco chiama Luchino che però ogni tanto sembra quasi solo ‘Chino) e ricompariranno i sous-chef con i loro caratteri diversi: la marziale prussiana Sybil Carbone (vincitrice della prima edizione) e lo sregolato pop-art Mirko Ronzoni (vincitore della seconda). E, soprattutto, tutto vivrà di nuovo della luce del cuoco fatto totem, fatto mito. Anzi, più che della sua luce, della sua voce che chiederà di fare le cose in modo sempre più veloceee. Anche per questo è probabile che gli spettatori che si sentono già orfani per l’addio a MasterChef (perché preso dall’apertura del suo ristorante in galleria a Milano) si affollino su questo cooking-show che è il più longevo del mondo, ma fin qui è stato considerato tra i tanti fratelli minori del re dei reality dell’impiattamento.

Ma, appunto, Hell’s Kitchen si fa di nuovo spazio selezionando le parti buone del passato ma aggiungendo un pizzico – quanto basta – per evitare la solita minestra. Intanto il finale non sarà più “opinabile”, anche se il parere di Cracco in Italia è sempre stato come il Talmud. Quest’anno l’eliminazione della puntata sarà decisa in una sfida finale: nella “stanza del duello” lo chef si metterà ai fornelli e i due peggiori si batteranno tenendo il ritmo del capo. Ogni appuntamento settimanale inizierà con la prova a squadre, mentre la seconda parte si svilupperà prima con una prova individuale e un solo servizio per serata. Mentre – per il poco che si vede – cambierà anche la sala del ristorante (dov’è stato piantato un ulivo), per la prima volta i concorrenti lotteranno anche fuori dalle cucine del diavolone con una prova in esterna al ristorante Villa Margon di Trento (doppia stella Michelin). Pillole di filosofia di vita, consigli per cucinare e cose a casaccio sono annunciate con Fabio Capello – vincente tra i vincenti -, lo chef che mescola cultura mediterranea e giapponese Wicky Priyan e i consueti autoimprestiti di Sky Manuel Agnelli e Fortunato Celino, cioè Pietro Savastano.

I concorrenti sono sempre 14: poiché la sceneggiatura porta sempre di più fuori dalla cucina-laboratorio nella prima puntata firmeranno il patto col diavolo, cioè Cracco che a differenza dell’ultima stagione di Masterchef (dove pareva un don di paese che assolve tutti i bambini discoli) qui torna se dio vuole luciferino. Quattro concorrenti sono over 30, una sola over 40 (una personal-chef vegana), la più giovane ha 21 anni che è la stessa età della vincitrice dello scorso anno, la ciociara Carlotta Delicato. Proprio lei è stata la “concorrente perfetta” sia per il modo di vedere il mondo di Cracco sia per quello un po’ più pragmatico degli autori del programma. Da una parte, infatti, Carlotta si è presa il posto da executive chef con lacrime, sudore e sangue, con il sacrificio del lavoro e dello studio e senza confondere l’ambizione con la presunzione. Dall’altra è stato un personaggio “in crescita”, accusato di nascondersi nelle prime puntate, poi con la rabbia repressa per le cose “ingiuste” che vedeva intorno (e vedevano gli spettatori) e infine con un piglio della giovane maturata. Una chiave passepartout per far identificare il pubblico e quindi farlo affezionare. Nei ristoranti la parola è fidelizzare, nei programmi tv – anche quella buona come questa – è audience.