Sarà seppellito di fianco alla tomba di Marilyn Monroe, in quel Westwood Memorial Park di Los Angeles dove da tempo aveva acquistato un mausoleo. Tutto torna per Hugh Hefner. Il cerchio dello scandalo e della liberazione dei costumi si chiude. L’ellissi della nudità da copertina ripassa dal via. Quella Marilyn cover girl nel 1953, prima icona pop di un lungo elenco di procaci fanciulle che posarono per lui con pochi veli. Bettie Page, Carmen Electra, Kim Kardashian, Pamela Anderson, Jenny McCarthy, Paris Hilton, sono solo alcune delle copertine più celebri nate dall’inesauribile editore che fece dello spicchio di capezzolo femminile in copertina una rivoluzione culturale quando ancora la minigonna non era nemmeno in embrione nella mente di Mary Quant. Non che le riviste di nudo, anzi già di vero e proprio porno, non esistessero già a quell’epoca. Diciamo che Hefner riuscì a sdoganare un vero e proprio bisogno primario dell’uomo contemporaneo dalla segretezza delle buste di contrabbando, rendendolo un prodotto commerciale da classe media, scolarizzata e già piuttosto competente in materia di controcultura. Playboy fu e continuò ad essere fino agli anni ottanta il marchio trendy di un erotismo patinato di chi cercava un seno marcato da una maglietta bagnata e alla pagina dopo una lunga intervista a Kurt Vonnegut o Fidel Castro.

L’esperimento riuscì ma la rivista, e soprattutto il suo fondatore, furono al centro di parecchie critiche. A partire dai grandi party e dai meeting ad ogni ora del giorno in quelle che vennero definite le Playboy Mansion: la prima a Chicago, città in cui Hefner nacque; la seconda quella di Holmby Hills a Los Angeles rimasta intatta e in uso fino a oggi. Al centro sempre il lettone enorme e vibrante su cui Hefner decideva vita, morte e miracoli delle pubblicazioni, ma anche la compagnia di intellettuali, professori, comici e scrittori con cui passere ore, ovviamente tra una coniglietta e l’altra a versargli i cocktail. Una delle prime playboy bunny fu anche una delle prime contestatrici di Hef. Gloria Steinem, 28enne nel 1963, superò brillantemente le “audizioni” e si vestì per diversi mesi con orecchie da coniglia e pom-pom sul sedere. Poi un bel giorno la rivista Show pubblicò un servizio a sua firma e vennero a galla ore e ore di fatica in piedi senza mai una pausa, uniformi dolorosamente strette per mettere in mostre i seni, clienti volgari e smanazzanti. La femminista Susan Brownmiller, pochi anni dopo, tornò sull’argomento accusando Mister Hefner: “Il ruolo che hai scelto per le donne è degradante perché le metti in mostra come oggetti sessuali, non come esseri umani. Quand’è che vedremo anche te uscire in mezzo agli altri con un cottontail attaccato alla tuo sedere?”.

“Siamo in procinto di acquisire una nuova maturità morale e una nuova onestà in cui il corpo, la mente e l’anima dell’uomo sono in armonia piuttosto che in conflitto”, scrisse laconico e sciamanico Hefner in risposta alle critiche femministe. Eppure più che un illuminato guru new age, Hefner risultò sempre più un emiro con le sue odalische. Un percorso da satrapo porcellone coronato con la serie tv “Girls next door” dove si celebrarono le sue fidanzate del cuore, ovvero le conigliette scelte per vivere con lui a gruppi di tre nella Playboy Mansion. Dopo due matrimoni con relativi divorzi (il secondo con l’ex playmate Kimberley Konrad) Hefner nel 2011 propose alla concubina Crystal Harrys di sposarlo. Lei tentennò e rispose circa un anno dopo di sì, pur “vivendo” formalmente con Hugh da mattina a sera. Ci ha pensato poi un’altra delle girls next door, tal Holly Madison, definita da Hefner per diversi mesi la sua “fidanzata numero uno”, a offrire una versione piuttosto deprimente della quotidianità in compagnia di altre conigliette alla corte dell’oramai ottantenne leprotto Hef, con il libro Down the rabbit hole. Vita “familiare” disfunzionale fatta da regole meschine, pugnalate dietro le spalle tra fidanzate, e la franca sentenza del patriarca definito come un “vecchio manipolatore”.