di Francesco Balucani

Dopo mesi di condanne da parte della comunità internazionale, Aung San Suu Kyi, leader del governo birmano, ha rotto il silenzio e risposto alle accuse, mosse contro il suo paese, di condurre una campagna di pulizia etnica ai danni della minoranza Rohingya. In un discorso che è apparso ai più equivoco e ambiguo: Suu Kyi si è detta fortemente preoccupata per la crisi in corso nella regione dell’Arakan, ha precisato che intende collaborare con le autorità internazionali e che s’impegnerà a punire quanti si siano macchiati di atrocità ai danni della minoranza musulmana.

La leader si è guardata bene dall’impiegare il termine “Rohingya”, che nel vocabolario di stato birmano di fatto non esiste, e ha giustificato le inadempienze del governo affermando come la loro sia una “democrazia giovane e fragile”, che segue “mezzo secolo di regime autoritario” e che evidentemente non ha la forza per affrontare di petto le questioni più laceranti che affliggono il tessuto sociale del paese.

Il discorso della Suu Kyi non ha fatto che calamitare sul governo birmano un’ostilità ancora maggiore da parte delle organizzazioni umanitarie e delle Nazioni unite, ma proprio perché agli occhi della comunità internazionale è meglio sembrare colpevoli che impotenti, esso merita un’analisi più approfondita.

Sin dal 1949, anno dell’indipendenza dal dominio britannico, la Birmania (attualmente Myanmar) non si è rivelato un paese facile da governare. La frammentazione etnica, sommata a condizioni socioeconomiche miserevoli e all’azione tutt’altro che conciliante delle autorità governative, di forte ispirazione militarista e autocratica, hanno determinato nei decenni un’infinita sequenza di scontri intestini in varie regioni del paese. Gruppi etnici come gli Shan e i Karen sono da sempre in aperto conflitto con la maggioranza Bamar, che guida le istituzioni di governo e l’esercito, ma è alla minoranza Rohingya che spetta l’infelice titolo di “popolo più perseguitato sul pianeta”.

La popolazione birmana, unita sul fronte religioso dall’adesione al buddismo, ha sempre percepito i musulmani Rohingya come una presenza aliena, estranea alle tradizioni sinotibetane del paese, e perciò ne ha promosso l’allontanamento con politiche ostili e pratiche persecutorie, perlopiù perorate dalle giunte militari che si sono succedute nel corso degli anni. Gli attivisti hanno accusato le autorità birmane di condurre un’infima e persistente campagna di pulizia etnica ai danni dei Rohingya, rivolta prevalentemente contro la popolazione civile e finalizzata alla completa rimozione della minoranza di religione islamica dalla regione dell’Arakan.

Nel corso degli ultimi decenni, le frange più radicali dei Rohingya, osteggiati sia nel proprio paese che in terra straniera, fedeli a una visione islamica di stampo sunnita, si sono avvicinate al fondamentalismo radicale islamico, tessendo contatti con al-Qaeda, al tempo guidata da bin Laden e Ayman al-Zawahiri.

Molti combattenti Rohingya si sono addestrati in Afghanistan, per poi prendere parte ad azioni di terrorismo internazionale o combattere al fianco dei mujaheddin arabi nei conflitti che tuttora assillano il Medio Oriente. Molti altri hanno poi fatto ritorno in Birmania per combattere contro la maggioranza Bamar sotto l’etichetta di vari gruppi militanti, tra cui l’Arakan Rohingya nationalist organization (Arno) e il Rohingya solidarity organization (Rso).

Paradossalmente, la nascita di un ceppo fondamentalista nell’Arakan ha dato modo al governo birmano di giustificare le violenze contro la minoranza Rohingya nel nome della lotta al terrorismo, complicando ulteriormente la situazione.

I più ottimisti prevedevano che l’arrivo al potere di Aung San Suu Kyi, nel 2015, avrebbe determinato la cessazione delle violenze, ma le tensioni tra i Rohingya e gli altri gruppi etnici si sono invece inasprite, sfociando in schermaglie militari e piccole azioni di guerriglia. Negli ultimi mesi un flusso costante di musulmani – si stima più di 300mila persone – hanno lasciato il paese in favore del Bangladesh o della Thailandia.

Il governo ha impedito l’ingresso di osservatori internazionali e giornalisti nelle regioni dell’Arakan, e continua a sostenere, malgrado le testimonianze lampanti, che nessuna operazione di pulizia etnica sia realmente in corso.

Le organizzazioni umanitarie accusano la Suu Kyi di infilare la testa sotto la sabbia, ma le ragioni di un comportamento tanto ambiguo potrebbero anche nascondere la realtà di una politica interna prudente e remissiva, mirata ad appagare, più che a contenere, l’ostilità della maggioranza Bamar nei confronti dei Rohingya.

Il governo di Kyi rappresenta il primo vero esperimento democratico dall’ottenimento dell’indipendenza, e per sopravvivere in un contesto caratterizzato da una forte tradizione militarista, in cui l’esercito mantiene tuttora un’ampia autonomia decisionale e operativa, potrebbe essere costretto a compromessi che corrompano nel tempo la sua stessa natura. Per di più, i vertici militari sono da sempre avvezzi all’impiego di gruppi paramilitari che operano nell’ombra per loro conto, senza rispondere alle autorità centrali.

Oltre a de-responsabilizzare e de-legittimare l’azione di governo, la frattura esistente tra istituzioni civili e autorità militari potrebbe rappresentare un serio limite alla volontà del governo di intervenire, per paura dei contraccolpi politici che rischierebbero di far fallire il primo vero esperimento democratico nel paese. Il governo di Aung San Suu Kyi sembra fare di tutto per sembrare colpevole, ma la realtà è che potrebbe semplicemente essere impotente.