Le roboanti minacce di Kim Jong-un e le tracotanti risposte di Trump – i due irresponsabili e pirotecnici rodomonte di quest’estate alla Stranamore – hanno raggiunto un punto dialettico di quasi non ritorno, dopo il diciottesimo missile nordcoreano lanciato quest’anno: il razzo, infatti, ha provocatoriamente sorvolato il Giappone lo scorso 28 agosto e ha giustificato le ipotesi più nefaste, scenari disastrosi, paranoie atomiche, il ritorno della Grande Paura in Giappone, Guam come Pearl Harbour. In questo contesto si è infilato – con la consueta abilità kappagibistica – Vladimir Putin, il quale ha inzigato, pesando accortamente ogni parola: ha subito calibrato il pericolo, affermando che la penisola coreana è “sull’orlo di un conflitto enorme” (badate bene: non si è limitato a temere un “conflitto”, ma gli ha dato la dimensione di una catastrofe planetaria).

Certo, ha aggiunto, la causa sono “i test missilistici” (test: termine più giustificabile) di Pyongyang, però, ha evitato di aggiungere che questi test sono a senso unico. Ha invece preferito stigmatizzare che “le provocazioni, la pressione e la retorica insultante sono un percorso che non porta da nessuna parte”. Per dar peso a queste dichiarazioni di non sublime profondità, ha rilasciato un’intervista alla vigilia del vertice BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) che si terrà tra il 3 e il 5 settembre a Xiamen, una grossa città cinese (3,5 milioni di abitanti) nella provincia di Fujian, di fronte a Taiwan, una scelta non casuale da parte degli ospiti di Pechino.

Cosa dice Putin in questa intervista prontamente diffusa dall’agenzia di stampa Sputnik, un media foraggiato dal Cremlino che ha diverse sedi nel mondo, anche in Italia? “Non posso ignorare la situazione nella penisola coreana, dove la tensione si è intensificata recentemente (…) è sbagliato e impossibile fidarsi che ci sarà una cessazione del programma balistico e nucleare della Corea del Nord solo facendo pressione su Pyongyang”. La ricetta più accorta, spiega Putin, sarebbe quella diplomatica: “I problemi della regione dovrebbero essere risolti solo attraverso un dialogo diretto di tutte le parti interessate senza alcuna precondizione”. Non cita gli Stati Uniti, tuttavia ne condanna indirettamente l’atteggiamento bellico. In realtà, si pone come Grande Mediatore.

Insomma, si ripete il copione – che ha avuto successo – della Siria. Allora Mosca approfittò della “debolezza” americana nel Medio Oriente, conseguenza della volontà di disimpegno portata avanti da Obama. Oggi, si presenta come interlocutore “moderato”, che non vuole risolvere la questione con la guerra. Il presidente russo dunque raccoglie l’assist di Kim e Trump: la sua analisi è chiara, per Mosca la crisi nordcoreana altro non è che un sotto prodotto delle tensioni tra Pechino e Washington. E poi, Putin sa che la sfida tra Kim e Trump è un braccio di ferro tra due grandi bugiardi. Per il dittatore nazionalista coreano, l’arma nucleare è come un’assicurazione sulla vita. Per Trump, o meglio, per l’amministrazione Trump inzuppata di militari, è una minaccia dalle imprevedibili conseguenze. Se è vero, come sostengono alcuni politologi, che la Corea del Nord sarà in grado entro dieci anni, di lanciare missili intercontinentali in grado annientare una città nordamericana, allora bisogna impedirglielo. E come? Opzione uno: con un negoziato, che Washington vedrebbe di buon occhio. Pure Pyongyang: ma solo se gli Usa riconosceranno la Corea del Nord come potenza nucleare. Opzione due: rispolverare lo strumento della “dissuasione” classica, che funzionò al tempo della Guerra Fredda. E che comporterà un’escalation del riarmo. Quindi, più spese. Più guadagni per il formidabile apparato militar-industriale statunitense. Il Giappone, per esempio, ha già varato una variazione di bilancio, aumentando il budget della Difesa. E questo è un elemento destabilizzante, secondo Pechino: la Cina è convinta, non senza ragione, che gli Stati Uniti vogliano sfruttare la situazione per giustificare il rafforzamento della presenza militare in un’area che Pechino ritiene altamente sensibile. E qui arriva Putin.

Da tempo Mosca cerca di ancorare il suo sviluppo economico in Asia, il che significa anche che vuole rivedere e rafforzare il suo posizionamento strategico. È un piano ambizioso, e rischioso: la configurazione geopolitica della zona Asia-Pacifico è assai complessa. Spostare gli equilibri militari verso il Pacifico significa ineluttabilmente deteriorare le già non buone relazioni con gli Stati Uniti e, in subordine, con l’Unione Europea. Per i russi, si tratta di “riequilibrare” la situazione diplomatica ed economica del loro vastissimo Paese. Un progetto avallato dall’Unione economica eurasiatica (fondata nel marzo del 2014 da Bielorussia, Kazakistan, Russia). Portato avanti con gli accordi energetici tra Mosca e Pechino ed enfatizzati quest’anno dalle manovre militari nel Baltico, con la presenza dei cinesi. In uno dei suoi discorsi alla nazione Putin ha detto che lo “sviluppo dei territori asiatici russi” doveva considerarsi fra “gli interessi nazionali a lungo termine”.

C’è un ma, che limita le ambizioni putiniane: “Malgrado i numerosi punti di convergenza tra i due Paesi, l’ambizione e la geografia degli interessi russi e cinesi sono lungi dall’essere identiche. Anzi, al contrario, in numerosi casi, si trovano all’opposto”, è l’analisi di Olga Alexeeva, docente di Cina moderna e contemporanea all’Università del Quebec di Montreal. Inoltre, il ravvicinamento cino-russo non è stato apprezzato da Tokyo che ha parecchi contenziosi con Pechino e che teme l’estensione dell’influenza russa nell’Estremo Oriente – penso alle problematiche delle rotte verso l’India e il Medio Oriente – a tutto detrimento degli interessi strategici del Giappone. Non a caso, i giapponesi “cercano costantemente di diversificare gli approvvigionamenti di gas e petrolio per minimizzare i rischi, mentre la Russia ha bisogno di nuovi investimenti”, difficili nel quadro della crisi economica e delle sanzioni che l’ha colpita dopo il 2014 (interessante su questo tema un saggio di Alexander Gabuev, A ‘Soft Allianceì? Russia-China Relations after the Ucraine Crisis, ECFR Policy Briefs, febbraio 2015, e Russia’s Pivot to Asia: Myth or Reality?, Alexander Lukin, in Strategic Analysis, ottobre 2016).

L’irruzione – prevedibile – di Putin nella questione nordcoreana presenta, alla luce di queste variabili geopolitiche regionali, margini di manovra limitati. Le dinamiche sono comunque in evoluzione. Per il momento, l’intervento del presidente russo assume contorni politici. È un messaggio alla Casa Bianca. Abbastanza plateale, surrogato dalle dichiarazioni del fedelissimo Sergei Lavrov, il ministro degli Esteri russo: “Dopo l’incontro fra Trump e Putin è diventato evidente che il presidente Usa, come dichiarato da lui stesso, vuole normalizzare i rapporti con la Russia. È un desiderio reciproco. Capiamo che ora cercano di metterlo in difficoltà usando ogni pretesto: vogliono abbattere l’amministrazione ed è in questo contesto che inquadriamo le sanzioni che il Congresso impone a Donald Trump”.

Un altro segnale, non molto favorevole agli Usa – in sintonia con Putin e il suggerimento di avviare un dialogo con Pyongyang – arriva dall’alleato di Seul. Il presidente sudcoreano Moon Jae-in incontrerà al Forum di Vladivostok il presidente russo: è la seconda volta nel giro di un mese e mezzo, dopo il breve colloquio avuto a margine del summit del G20 di Amburgo, lo scorso luglio. Le agenzie di stampa – anche questo è significativo – informano che in occasione del summit di Vladivostok (6-7 settembre) è previsto un incontro bilaterale tra Moon e Shinzo Abe, il premier giapponese, accompagnato dal ministro degli Esteri, Taro Kono.

Quanto Tokyo sia in fermento, lo dimostra il suo attivismo diplomatico di queste ultime ore: il potente ministro delle Finanze nonché vice primo ministro, Taro Aso, ha cancellato un viaggio negli Stati Uniti che prevedeva “un dialogo economico tra Washington e Tokyo”. Come mai? Ufficialmente, per le incertezze poste da Pyongyang, dopo l’ultimo lancio di un missile balistico che martedì scorso ha sorvolato i cieli dell’isola giapponese di Hokkaido: “Non sappiamo cosa accadrà in Corea del Nord – ha detto Aso – il premier mi ha dato istruzioni precise: rimanere in Giappone per monitorare la situazione della sicurezza”. Storie. È che Tokyo non ha gradito il modo di condurre la crisi da parte di Trump. Ma non ha gradito nemmeno la proposta cinese avanzata dal ministro degli Esteri Wang Yi: denuclearizzare la penisola coreana e cercare una risoluzione pacifica della tensione. Togliere le testate a Kim ma anche agli americani che “proteggono” l’alleato di Seul. Cioè, la quadratura del cerchio: ridicolizzare la supremazia americana del suprematista Trump.
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