Tanto tuonò, che alla fine piovve. Dopo la prima class action proveniente dal Canada, Das Kartell, ovvero il presunto (le indagini sono tutt’ora in corso) cartello dei costruttori di auto tedeschi è stato denunciato anche negli Stati Uniti con le medesime modalità. Com’era del resto ampiamente prevedibile, visti i recenti sviluppi.

Prima la causa all’inizio della scorsa settimana in New Jersey, poi quella simile depositata per conto degli automobilisti americani venerdì 28 luglio alla Corte Federale di San Francisco. I destinatari dell’azione giudiziaria sono sempre loro: Bmw, Daimler e Volkswagen, ivi compresi i marchi del colosso di Wolfsburg Audi e Porsche.

L’accusa è quella per cui stanno indagando anche le autorità europee: aver condiviso informazioni sensibili riguardo a tecnologie automotive e stretto accordi anti-concorrenziali volti a tenere alti i prezzi dei loro veicoli per un periodo compreso tra il 1996 ed il 2015 almeno, in violazione delle leggi antitrust.

In particolare, nella denuncia viene evidenziato l’accordo tra le aziende tedesche per limitare lo sviluppo dei sistemi, specificatamente quelli per il contenimento dei gas nocivi, che equipaggiano i loro veicoli. Arrivando fino a dotarli di cosiddetti defeat device (simili a quelli del dieselgate Volkswagen), ovvero dispositivi in grado di aggirare i test sulle emissioni.

Non le hanno mandate certo a dire gli avvocati americani, le cui carte sono state in parte citate da Bloomberg: “le azioni coordinate hanno permesso ai costruttori di imporre un premio sulle loro auto per i consumatori in base ad una superiorità ingegneristica tedesca, mentre segretamente toglievano incentivi ad innovare”.

Coinvolta nel cartello (e dunque nella denuncia) sarebbe pure la Bosch. Indagato anche in Euopa, il colosso della componentistica auto viene citato nella causa a stelle e strisce: “gli imputati (ovvero i costruttori, ndr) nel corso di incontri segeti hanno identificato dei fornitori-chiave“, come Bosch, “per avere dei prodotti specifici. I fornitori non selezionati sono stati danneggiati perché non hanno avuto accesso al mercato“.

Mentre gli altri non hanno commentato, l’unica a far sentire la sua voce è stata la Daimler. Un cui portavoce ha definito l’azione depositata “priva di merito”, aggiungendo che l’azienda si difenderà “con ogni mezzo legale”. Dichiarazioni a parte questa è l’ennesima grana oltreoceano per l’industria dell’auto tedesca, dopo lo scandalo dieselgate che è costato a Volkswagen qualcosa come 25 miliardi di dollari negli Usa. Potenzialmente, se gli addebiti verranno provati si andrà incontro a risarcimenti miliardari anche in questo caso. E non è detto che siano tutti in grado di farvi fronte.