Dieci processi, trenta giudici, altrettanti pubblici ministeri, una pletora di avvocati, decine di condanne. A snocciolare cifre e date dei procedimenti che hanno tentato di accertare la verità sulla strage di via d’Amelio sembra che lo Stato abbia impegnato tutte le sue forze migliori per ricostruire ogni dettaglio di quel botto spaventoso capace di spazzare via il giudice Paolo Borsellino e i cinque uomini della sua scorta, che sono Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina, Claudio Traina.

E invece venticinque anni dopo, della strage di via d’Amelio si sa tutto ma anche niente. Più di venti ergastoli accertati per mandanti ed esecutori mafiosi sono sicuramente un risultato importante ma che rappresentano comunque solo un piccolo tassello di una verità più complessa. Di informazioni sul modo in cui venne assassinato Borsellino sono stracolmi i fascicoli processuali, i verbali dei collaboratori di giustizia, i giornali, i libri usciti a ritmo praticamente continuo. Solo che la metà di quelle informazioni è da considerarsi incompleta, se non completamente falsa. Falso era sicuramente Vincenzo Scarantino, il protopentito che si autoaccusò della strage sotto la minaccia di sevizie e torture. Falso era il suo status criminale, elevato per l’occasione da balordo di periferia che rubava gomme di auto scambiandole con dosi di eroina a quello di boss stragista. Falso era il teatrino di riscontri e testimoni che gli avevano costruito attorno, con pentiti altrettanto posticci come Francesco Andriotta, Salvatore Candura e Calogero Pulci, travestiti da complici reo confessi. Falsa, infine, era la colpevolezza degli imputati condannati sulla base delle dichiarazioni di Scarantino, che proprio alla vigilia dell’anniversario numero 25 si sono visti assolvere dall’accusa di strage nel processo di revisione: alcuni sono stati scagionati dopo 18 anni passati in regime di carcere duro, altri invece avevano già scontato integralmente la pena per reati minori collegati all’eccidio del magistrato palermitano. 

Sul resto, sui mandanti e sui moventi di quella che è la carneficina più misteriosa del dopoguerra, vige ancora il buio pesto: non si sa perché Cosa nostra abbia accelerato l’uccisione di Borsellino, eliminato in modo rocambolesco soltanto 57 giorni dopo l’assassinio di Falcone. Era perché sapeva della Trattativa in corso con Cosa nostra e si era messo in mezzo? Allora è forse per questo che ancora oggi non si ha alcuna idea della fine che possa aver fatto l’Agenda rossa, il diario dove Borsellino annotava intuizioni, spunti e ipotesi d’indagine evidentemente fondamentali per decriptare quanto stava succedendo tra la fine della Prima Repubblica l’inizio della Seconda. Una traccia, o poco più, hanno lasciato i pupari, cioè i registi che hanno ideato e portato avanti il clamoroso depistaggio andato in onda sulle indagini della strage. Il risultato è che a un quarto di secolo da quel 19 luglio del 1992 della strage di via d’Amelio si sa davvero molto poco. E quel poco fino a pochi anni fa non era nemmeno tutto vero.

Nel 2008 c’è voluta la collaborazione di Gaspare Spatuzza per riscrivere la fase esecutiva dell’eccidio, sbugiardare definitivamente Scarantino (che negli anni si era smentito da solo più volte anche dentro alle aule dei tribunali, senza che alcun pm o giudice lo ascoltasse), scagionare 7 innocenti che da anni erano rinchiusi al 41 bis da stragisti quando invece – è il caso di Gaetano Murana – nella vita erano stati magari solo degli onestissimi operatori ecologici di borgata. Le dichiarazioni di Spatuzza – che per la verità sui falsi pentiti di via d’Amelio aveva parlato anche 10 anni prima – hanno portato al quarto processo sulla strage Borsellino, che per comodità gli inquirenti e gli addetti ai lavori hanno ribattezzato semplicemente Borsellino Quater, quasi fosse la quarta stagione di una serie televisiva. La speranza è che non sia l’ultima.

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