“Lo sapevano tutti che ero un falso pentito. Lo dicevo anche ai pm che io, con l’omicidio del dottor Borsellino, non c’entravo nulla”. L’esame di Vincenzo Scarantino nel Borsellino Quater è andato avanti per tre giorni, con pazienza gli inquirenti stanno ricomponendo un puzzle impossibile. E’ la fotografia di un clamoroso depistaggio di Stato ciò che per 20 anni si è nascosto dietro la strage di via D’Amelio.

L’ex picciotto della Guadagna racconta che l’allora procuratore generale di Caltanissetta, il dottor Giovanni Tinebra, provava a lenire il suo senso di colpa spiegandogli che avrebbe dovuto prendere la sua falsa collaborazione come un lavoro, mentre la dottoressa Anna Maria Palma lo consolava spiegandogli che i nomi che lo spingevano a fare, nella fantasiosa ricostruzione della strage, erano comunque colpevoli di altri crimini. Dichiarazioni pesanti, a Scarantino trema la voce, ma è stanco di mentire, è stanco di fingere e più volte in aula scoppia a piangere. “Mi sento addosso 130 anni. Credetemi, ho visto di tutto nella mia vita, imploro pietà, vorrei solo essere lasciato in pace”. Enzino dice di aver paura, lascia intendere di subire ancora pressioni, ma su domanda specifica, dopo un lungo silenzio, con un filo di voce aggiunge “è meglio che non parliamo di queste cose”.

Allora si parla d’altro, si torna indietro nel tempo e dei suoi rapporti con gli uomini del gruppo Falcone-Borsellino. “Il dottor Bo voleva che mi accollassi anche un duplice omicidio. Ricordo che era stato ucciso un poliziotto insieme alla moglie in cinta”. E’ l’omicidio, tutt’oggi avvolto nel mistero, di Nino Agostino e della sua giovane sposa. Una dichiarazione che completa ciò che il papà di Agostino, appena un anno fa aveva pubblicamente denunciato. “Nella disperata ricerca di Faccia da Mostro, nel 1990 il dottor Arnaldo La Barbera mi ha convocato diverse volte in questura per mostrarmi delle fotografie dei possibili autori dell’omicidio di mio figlio. Tutte le volte puntava il dito su un tipo biondino che non avevo mai visto prima. Solo dopo la strage di via D’Amelio, quando vidi in televisione il volto del pentito cardine di quel processo riconobbi che si trattava di Scarantino”.

Un fantoccio perfetto, ignorante, emarginato e ricattabile. Pronto all’uso per qualsiasi crimine da insabbiare, mistificare o depistare. E’ questo il profilo di Scarantino che emerge dall’ultima udienza del Borsellino quater. “Mi facevano studiare sul libro di Buscetta per imparare a essere un bravo collaboratore di giustizia, prima degli interrogatori mi dicevano cosa dovevo dire”, riprende Scarantino dopo una lunga pausa. “Ci risulta che lei fosse in possesso dei verbali da lei stesso resi prima ancora che venissero depositati, chi glieli dava?” chiede il pm Gabriele Paci commentando che “questo è il teatro dell’assurdo”. Glieli dava la dottoressa Palma tramite il funzionario di polizia Mattei, spiega Scarantino, “faceva parte del mio indottrinamento perché a volte sbagliavo e bisognava correggere il tiro per far collimare le mie dichiarazioni con quelle degli altri due pentiti, Candura e Andriotta”.

In fondo all’aula, ad ascoltare le dichiarazioni di Scarantino c’è Tanino Murana, un povero cristo che ha scontato 19 anni di 41bis per colpa delle false dichiarazioni di Enzino. Non si è perso neanche un’udienza, è parte civile e in ballo c’è la sua vita. Il pentito farlocco gli chiede perdono, ma Tanino l’ha perdonato da un pezzo. “Enzo è una vittima, proprio come me”.

Il prossimo 19 luglio saranno passati 23 anni dalla morte del giudice Borsellino e degli uomini della sua scorta. C’è solo da augurarsi due cose: che nella vetrina di via D’Amelio nessuno si batterà più il petto dicendo che quella stage è orfana della verità e che la dottoressa Palma, di recente trasferita alla procura generale di Catania, faccia un passo indietro quando alla sua Procura verrà chiesto di revisionare il Borsellino bis.