Il “muslim ban” è un provvedimento odioso, illegale e discriminatorio e l’ostinazione – direi, l’ossessione – con cui il presidente degli Usa Trump intende portarlo avanti sfidando giudici e opinione pubblica mostra fino in fondo il disprezzo che egli nutre verso una parte di mondo.

Ma siccome questo blog racconta storie e vicende del Medio Oriente, voglio scrivere di un altro “ban”, il “travel ban”: quello che dal 10 settembre 2011 è in vigore in Iran contro un anziano e ammalato attivista. Tutto ciò che gli è rimasto sono due figli all’estero, uno in Olanda e l’altro in Canada. Se loro andassero a trovarlo in Iran, rischierebbero grosso.

Mohammed Maleki ora ha 84 anni e una lunga storia di persecuzione alle spalle.

Il primo arresto risale al 1981, all’epoca della “islamizzazione” delle università iraniane, prima tra tutte quella di Teheran di cui Maleki era rettore. Condannato a morte in primo grado, ottenne la commutazione in appello a 10 anni di cui ne scontò la metà.

Nel 2001 venne arrestato una seconda volta: dopo aver trascorso sei mesi in isolamento nella prigione di Eshrat Abad gestita dalle Guardie rivoluzionarie, fu condannato a sette anni con sospensione della pena per aver fatto parte di un movimento politico fuorilegge, l’Alleanza nazionale religiosa.

Nel frattempo, Maleki aveva dato vita alla Campagna per l’abolizione graduale della pena di morte (conosciuta con l’acronimo persiano Legam) e aveva iniziato a frequentare vittime di violazioni dei diritti umani, difensori dei diritti umani e famiglie dei prigionieri politici.

Il terzo arresto avvenne nel 2009, nel contesto delle proteste contro la controversa rielezione di Mahmoud Ahmadinejad alla presidenza della repubblica. Dopo tre mesi di carcere, Maleki venne rilasciato per motivi di salute. Nel 2011 fu condannato a un anno di carcere ma, sempre per motivi di salute, venne lasciato in libertà provvisoria.

Il divieto di espatrio è scattato quell’anno, pochi giorni dopo che Maleki aveva inviato al Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura una lettera in cui descriveva tutte le torture subite nei vari periodi di detenzione dal 1981 al 2009.

Il 24 dicembre 2013 l’ufficio del procuratore generale lo ha informato, con una nota scritta, che il provvedimento era stato annullato. Maleki ha subito fatto richiesta di rinnovo del passaporto. Dopo mesi di attesa di qualche sviluppo e di rimbalzi da un ufficio all’altro, ha ricevuto una nuova comunicazione dalla procura: “ordini dall’alto” impedivano di procedere al rinnovo.

“Non ho commesso furti, frodi o altri reati. Sono stato privato dei miei diritti civili solo a causa delle mie idee politiche e delle mie attività in favore dei diritti umani. Voglio rivedere i miei figli dopo sette anni. Mi pare un diritto ovvio e un desiderio profondo che ha ogni padre”, ha scritto Maleki in un’altra lettera alle Nazioni Unite.

Un anno fa, Maleki ha presentato un esposto alla sezione 28 del Tribunale rivoluzionario chiedendo di annullare ufficialmente il divieto di espatrio. La richiesta è stata respinta senza alcuna motivazione.

Maleki vuole incontrare i suoi figli almeno ancora una volta, prima che le sue condizioni di salute (diabete, problemi cardiaci e soprattutto un cancro alla prostata) glielo impediscano definitivamente.