Il provvedimento, noto come Muslim ban, sarà esaminato soltanto ad ottobre dalla Corte Suprema, che ha accolto il ricorso del presidente Donald Trump. Intanto, però, i giudici hanno stabilito che cittadini di Iran, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemeni paesi a maggioranza musulmana interessati dalla seconda versione della misura, che ha escluso l’Iraq dalla lista – ora dovranno dimostrare di avere una relazione di fiducia con una persona o un’istituzione negli Stati Uniti, una sorta di sponsor, per poter entrare nel Paese. Altrimenti verrà loro negato il visto. Una parte seppur ridotta del travel ban che entrerà in vigore nelle prossime 72 ore e durerà tre mesi. Così, in attesa dell’esame di ottobre, i giudici americani hanno già dato una parziale vittoria all’amministrazione Trump accogliendo la richiesta di reintrodurre una versione ridotta da quello che è considerato a tutti gli effetti un muslim ban dai giudici che l’hanno dichiarato incostituzionale.

Come funzionerà – Per essere esentati dal bando gli individui dovranno dimostrare una stretta relazione familiare negli Stati Uniti, una relazione bona fide. Il legame con un’azienda dovrà essere documentato formalmente e nel dettaglio. Questo vuol dire che uno studente ammesso a un’università americana sarà esentato dal bando, così come un lavoratore che ha accettato un’offerta di lavoro o un rifugiato con reali relazioni negli Stati Uniti. Quindi il governo potrà lasciare fuori dagli Usa i rifugiati che chiedano di entrare se non hanno nessuna relazione con un cittadino o un’entità americani. L’ordine esecutivo del 6 marzo, ribattezzato da alcuni ‘muslim ban’ perché vietava per 90 giorni l’ingresso nel Paese ai cittadini provenienti da sei Paesi a maggioranza musulmana (Libia, Iran, Somalia, Sudan, Siria e Yemen), era stato bloccato da Corti di livello inferiore.

La decisione della corte – Tre dei nove giudici della Corte suprema, conservatori, hanno fatto sapere che avrebbero voluto che il provvedimento rientrasse in vigore per intero, e fra loro c’è il giudice Neil Gorsuch nominato da Trump. Con la sua nomina ad aprile, Trump ha ripristinato alla Corte suprema una maggioranza conservatrice per 5 a 4: cinque giudici di nomina repubblicana e quattro di nomina democratica. Sono stati almeno cinque i giudici che hanno votato per la reintroduzione parziale del bando, ed almeno 4 per decidere di accettare di ascoltare il ricorso del governo. Tradizionalmente la Corte Suprema è riluttante ad accettare di farsi coinvolgere a meno che sulla questione corti di grado inferiore siano arrivate a sentenze contrastanti tra loro. Ma questo non è il caso del travel ban dal momento che due differenti corti d’appello hanno raggiunto la stessa decisione, anche se con motivazioni diverse. Una ha bloccato la misura sostenendo che discrimina i musulmani mentre l’altra ha affermato che viola l’applicazione della legge sull’immigrazione.

La Corte ha poi accettato di ascoltare gli argomenti sulla legalità dell’intero bando il prossimo autunno, a partire dal primo lunedì di ottobre, permettendo quindi a parti del divieto di essere in vigore per l’intera estate. Nella sentenza emessa oggi dalla Corte si specifica che preservare la sicurezza nazionale è “un obiettivo urgente” e imporre il divieto di ingresso a chi non possa dimostrare legami all’interno degli Stati Uniti “non impone nessuna avversità legalmente rilevanti al cittadino straniero”. Una posizione che i giudici conservatori Clarence Thomas e Samuel Aliton, insieme al giudice nominato da Trump, hanno considerato anche troppo moderata dal momento che volevano revocare del tutto il blocco imposto al bando.