Leggo, non senza sorpresa, che Renzi si è messo a parlare di migrazioni non più in termini di apertura assoluta ma a partire da una prospettiva di limitazione dei flussi. Mi fa piacere. Sono d’accordo sull’idea che il totem dell’ “accogliamoli tutti” – che non è solo suggestione ma progetto politico – vada abbattuto da sinistra, e sostituito con un esplicitamente evocato concetto di sostenibilità. Sono d’accordo per un motivo semplice: l’ho scritto in dettaglio proprio qui a partire da tre anni fa (e mi sono anche rivolto contro un immigrazionismo di cui proprio Renzi si faceva interprete).

Forse sbaglio, ma questa svolta radicale mi pare meno dettata da un semplice calcolo elettorale che da una consapevolezza più profonda. Sarà stata la lettura di Paul Collier ad averlo stimolato ad andare oltre certi preconcetti e generalizzazioni alternativo-borghesi sulla totale positività delle migrazioni, e ad aprire gli occhi rispetto a un’evidenza che porta a sostituire l’idealismo immigrazionista con un realismo della sostenibilità: nella cornice ecologico-demografica in cui si giocano le migrazioni transnazionali contemporanee l’assolutizzazione dell’accoglienza produrrà una catastrofe senza beneficio per nessuno (tranne, ma non oltre il medio periodo, che per quello zombie del marxismo che è l’industria della solidarietà).

Quindi, sostenibilità? Non è facile, nemmeno in linea di principio: mettere in discussione la sacralità dell’ “accogliamoli tutti” significa violare gli attuali confini antropologici dell’immaginario collettivo progressista. Un immaginario irrigidito, anche attraverso il lavoro incessante di intellettuali e opinionisti variamente disciplinati entro una poetica della xenofilia assoluta, su un severo binarismo; per cui se si mette minimamente in dubbio la categoricità del postulato dell’apertura incondizionata si finisce catapultati dalla parte del nemico.

Certo, in seno alla cultura progressista sta timidamente emergendo una presa di coscienza diffusa a tutti i livelli sull’impossibilità, prima di tutto strutturale, di realizzare in pieno il buon proposito dell’accoglienza illimitata. Senonché chi si avvicina a questa posizione critica è irretito e indotto all’autocensura da una paura rispetto a un tribunale dell’Inquisizione immanente a qualsiasi cornice di discorso pubblico sui migranti, che dispensa l’accusa esiziale, lo stigma di essere fascisti-razzisti. Si tratta di una reductio ad hitlerum che entra in gioco ogni volta che si mette in discussione l’assolutismo dell’accoglienza, e che in Italia assume la forma di una “reductio ad Salvinum”.

Questo principio rischia di distruggere la capacità critica della sinistra: se Salvini dice qualcosa di vagamente ragionevole, anche solo come proclama retorico, quel qualcosa per principio deve essere totalmente interdetto, e va fatto l’opposto; nulla di minimamente similare è concesso, in una profilassi ossessivo-compulsiva volta ad evitare un rischio di contaminazione che va scongiurato entro ogni molecola del discorso. Al di là della bizzarria per cui questo farne una sorta di re Mida al contrario – che trasforma in merda tutto ciò che tocca – di fatto rende Salvini, suo malgrado, il miglior custode dell’inviolabilità del comandamento dell’ “accogliamoli tutti”, la questione rivela un punto, un vizio manicheo che vieta di cogliere le sfumature: l’incapacità del senso comune di concepire che un principio (il “non possiamo accogliere tutti”, in questo caso) può essere coniugato e interpretato attraverso visioni, percorsi, modalità e pratiche radicalmente differenti.

In merito alla questione della sostenibilità dei flussi migratori, il problema non è che Renzi fa un discorso alla Salvini (cosa tra l’altro non veritiera, se non entro una buona dose di malizia semplificatoria), il problema è che stiamo consentendo a Salvini d’impossessarsi – a modo suo – di un discorso che dovrebbe custodire la sinistra, a partire da principi opposti a quelli che ispirano le culture xenofobe: dobbiamo capire che c’è una differenza radicale tra le arroganze del “fora dai ball”, e del “padroni a casa nostra” e il senso che Renzi, a cui comunque va riconosciuto un certo coraggio, vuole dare a quel responsabile e sofferto “non possiamo accogliere tutti”. Questa differenza è, prima di tutto, la differenza che passa tra egoismo e consapevolezza. Comprendere il senso di queste sfumature è l’unica possibilità che abbiamo di uscire da una schizofrenia tra l’assolutizzazione dell’apertura o della chiusura; tra l’alternativa polare dei ponti o dei muri, nella tribalizzazione tra una cultura dell’accoglienza e una cultura della sicurezza. Perciò ben vengano i discorsi che puntano a sfidare la dogmatica di certi binarismi.

Non serve ripetere che sono dell’idea che la strada per gestire la questione migratoria dovrebbe passare per la cultura progressista ma a partire da un principio di sostenibilità migratoria. Bisogna essere aperti, favorevoli alle migrazioni, ma critici verso l’immigrazionismo (l’ideologia che pretende assolutizzarle come fenomeno del tutto inevitabile e nient’altro che positivo). Questo perché l’accoglienza assoluta espone al rischio di banlieuizzazione dell’Europa.

Perciò mi auguro che il cambiamento di Renzi – che vedo anche appoggiato da un tweet di Laura Boldrini abbastanza sorprendente –  non venga inteso banalmente come un ammiccamento a destra, ma che sia colto come l’inizio di una possibilità politica concreta di emancipare il discorso progressista sulle migrazioni dal ricatto dell’esasperazione del senso di colpa post-coloniale, e quindi da una tirannia della misericordia che si risolve nella pericolosa dittatura dell’accoglienza assoluta.