Potrà non piacere ma, ad essere sinceri, non è successo niente d’inatteso: un’altra strage in mare, e riparte la rissa tra paladini dell’accoglienza e fanatici della sicurezza. L’ultima novità mediatica, per dissolvere comodamente questo tema tremendamente complicato nel solito scontro primordiale tra contrapposte tribù, è la caccia ai commenti scabrosi sui social network in mezzo a una pronta giaculatoria di commozione e solidarietà. Tutto in una rissa imbecille a suon di reciproche accuse di razzismo e buonismo. Poi, oltre l’orizzonte ristretto delle pagine di Facebook, dove i buonisti si sfogano nell’ostentata e diffusa rappresaglia del “cancello tutti gli amici razzisti”, l’Italia coglie l’occasione per vendicarsi dell’Europa che la colpevolizzò dopo il naufragio di Lampedusa, ricambiando l’accusa.

L’impressione è che – come l’Europa e l’Occidente – l’Italia sia da tempo impazzita di fronte alla questione della straripante alterità umana che, a partire da una spinta demografica apocalittica che ci rifiutiamo di riconoscere e affrontare, preme dal Sud del mondo. Ci comportiamo alla stregua di una casa di matti: la moglie alla porta accoglie tutti indistintamente, ospiti e ladri; e non si capisce se lo fa più per bontà o per dar torto all’odiato marito, che, dalla finestra, spara indistintamente a tutti, ospiti e ladri, un po’’ per avversione verso chi sta fuori e un po’ per ricambiare il sentimento della consorte. L’incapacità di trovare una mediazione tra reciproci eccessi si risolve in modo perennemente precario in un equilibrio coatto derivato dalla litigiosità tra le parti, ma ogni tanto succedono problemi che mettono in evidenza la patologia della relazione.

Manco a dirlo, quei due pazzi simboleggiano qui la tendenza alla scissione crescente del senso comune occidentale in due metà: la cultura dell’accoglienza e la cultura della sicurezza, le attuali vesti della spaccatura che abbiamo ereditato dalla modernità tra sinistra e destra. Facciamo questo nutrendoci di rappresentazioni sociali complementari dell’estraneità extracomunitaria che, semplificando la costitutiva complessità dell’Altro, poggiano su una doppia sineddoche: lo stereotipo del “buon migrante” contro quello del “cattivo straniero”. Così, ci schiacciamo sempre di più fra due contrapposti fronti, quello dell’irresponsabilità contro quello dell’intolleranza. Pensiamo di poter risolvere la cosa con il “fora da i ball”, “padroni a casa nostra”, “prima gl’italiani” o con l’“accogliamoli tutti”, “le persone prima dei confini”, “siamo tutti clandestini”.

Si deve invece uscire da questa schizofrenia del senso comune, colonizzato da un eccesso di rappresentazioni sociali dei fenomeni migratori di tipo xenofobo o xenofilo, da questa oscillazione illusoria tra le esagerazioni intolleranti del neorazzismo e quelli irresponsabili dell’immigrazionismo. L’unico modo per provarci è cercare di regolamentare i flussi migratori, un obiettivo quasi impossibile da realizzare pienamente, ma non per questo non perseguibile, almeno in una certa misura. Lo si può fare smantellando con intransigenza questo canale d’ingresso strutturalmente clandestino di cui abbiamo prevalentemente beneficiato per trent’anni: ricordiamoci che, perlopiù, è servito all’Europa per far entrare “non persone” dalla porta di servizio, gente necessaria per ricostruire un sottoproletariato da cui prelevare manodopera a basso costo e senza diritti (gli sporadici ladri e assassini sono stati effetti indesiderati capitati in mezzo a un esercito di servi). Smantellarlo e sostituirlo con dei canali legali d’accesso che, data la sproporzione demografica tra Sud e Nord del mondo, non potranno che essere fondati su una limitazione degli ingressi basata su un principio di sostenibilità migratoria. Un principio che la cultura dell’accoglienza si rifiuta di riconoscere in nome del valore supremo dell’eguaglianza umana; non comprendendo che se tendere a questo valore è un ideale costitutivo, irrinunciabile, sacro, dell’umanesimo progressista, pensare di poterlo realizzare tutto e subito, “senza se e senza ma” sarà un suicidio che non porterà nessun benessere nel Sud del mondo, mentre importerà miseria e disgregazione nel Nord del mondo. Comprendere che il concetto di sostenibilità deve valere anche per le migrazioni, vuol dire capire che se gli accessi superano la capacità di carico di un territorio, data dal rapporto tra popolazione, risorse, invece che integrazione, che è integrazione prima di tutto economico-lavorativa, si produce marginalità. Questo dove la marginalizzazione degl’immigrati aumenta la probabilità che essi approdino, come necessità adattiva, a scelte devianti; a un’esistenza criminale data da un misto di bisogno e risentimento. Nel mondo bisogna “abbattere i confini”, certo; ma vanno prima create le condizioni culturali ed economiche perché – tra fondamentalismi e miseria – non ci si ammazzi a sassate con le macerie dei muri abbattuti.

Per giungere a un provvidenziale “faremo il possibile, ma non c’è spazio per tutti” bisogna cercare di distinguere i migranti dai rifugiati: chi parte inseguendo un sogno di benessere da chi, oltre a questo sogno – che è variamente sempre presente – è in movimento perché costretto a fuggire dall’incubo di guerre e persecuzioni. Per giungere a un provvidenziale “faremo il possibile, ma non c’è spazio per tutti” va smantellato l’immaginario immigrazionista che, se nel Nord del mondo si basa prevalentemente su una cultura del senso di colpa occidentale postcoloniale che vede nell’accoglienza assoluta un dovere espiatorio, nel Sud del mondo si nutre di una cultura dell’Eldorado, su un sogno di benessere che, va fatto intendere, non può bastare, subito, per tutti.

E questo non solo per un dislivello economico di cui è colpevole, ma anche meritevole, l’Occidente perennemente in bilico contraddittorio tra sfruttamento ed emancipazione, ma per un dislivello demografico che riguarda prevalentemente delle responsabilità ecologiche del Sud del mondo, che andrà affrontato per cercare di gestire questo dramma nel lungo termine. Ricordiamoci che le attuali migrazioni transnazionali sono l’epifenomeno di una crisi ecologico-demografica che va combattuta, prima di tutto culturalmente, favorendo una trasformazione della donna da oggetto per la riproduzione di uomini a soggetto di diritti. Ricordiamoci che parliamo di luoghi che vedono picchi di natalità di nove bambini per donna (il Niger) e una natalità media di quasi sei bambini per donna (l’Africa intera).

Si capisce che tale proposito dovrebbe riguardare un’operazione culturale colossale di riscrittura del senso del mondo, che sappia rappresentare la crisi mondiale contemporanea da prospettive inedite e de-ideologizzate; per stimolare un cambiamento planetario delle coscienze collettive e individuali.

Comunque, da parte nostra, riusciremo a guarire da questa schizofrenia sociale solo se inizieremo a comprendere pienamente che quei valori che abbiamo scisso per finalità di bassa politica vanno rimessi insieme, reintegrati in modo costitutivo, come principi sacrosanti: abbiamo il dovere di accogliere e il diritto di difenderci da un eccesso migratorio che si tradurrebbe solo in un immiserimento per tutti, noi e loro.