Non ho ricordi personali da condividere a proposito di Stefano Rodotà. L’ho incrociato personalmente credo tre volte, tutte e tre le volte mi è stato presentato. Dunque sono al riparo da quel vizietto odioso di parlare dei morti per parlare narcisisticamente di se stessi. Mi interessa dire poche parole su Rodotà intellettuale, un uomo che per noi calabresi era un vanto e un orgoglio. Nato a Cosenza nel 1933, di origini arbëreshë (gli Albanesi d’Italia), dopo aver frequentato il liceo Telesio nella città natale Rodotà si era trasferito a Roma per studiare giurisprudenza, e lì aveva incontrato Il Mondo di Pannunzio, i radicali, Pannella, ma anche Adriano Olivetti, e poi la sinistra, i comunisti, e la carriera politica da indipendente e irregolare, fino alla presidenza, mai troppo convinta, del Pds dopo la svolta della Bolognina. Poi gli incarichi, l’autorità garante per la Protezione dei dati personali su tutti.

Enciclopedico e onnivoro, Rodotà è stato un giurista molto apprezzato per i suoi contributi nella disciplina civilistica di cui fu ordinario e poi emerito alla Sapienza, muovendosi tuttavia sui terreni più disparati. Forse il suo testo più conosciuto è quel Terribile diritto. Studi sulla proprietà privata integrato in anni recenti con le riflessioni sui cosiddetti ‘beni comuni’, che tuttavia hanno dato luogo a una corsa emulativa alla formulazione, quanto mai traballante, della nozione, quel “benecomunismo” che era distante anni luce dal rigore del professore di diritto civile ma che ha goduto di un notevole appeal presso politici e intellettuali.

Ma non si contano le pubblicazioni di cui generosamente Rodotà è stato autore, fino forse alla sua summa, quel Diritto di avere diritti che riecheggia sin dal titolo l’affermazione di Hannah Arendt secondo cui “Il diritto ad avere diritti, o il diritto di ogni individuo ad appartenere all’umanità, dovrebbe essere garantito dall’umanità stessa”. Ciò che rileva di Rodotà è la profonda convinzione che i diritti sono iscritti nella pelle e nella carne delle persone, fino alla loro dimensione forse più privata e intima, quella amorosa. Ed è di questo che parla il suo Diritto d’amore, altro testo di successo nel quale si dispiega ancora una volta la passione civica e politica del suo autore.

Rodotà ha pensato i diritti nella loro dimensione universalistica, come strumenti di lotta all’oppressione e affermazione della specificità individuale del soggetto. Non senza un certo ottimismo, che caratterizzava per esempio il suo sguardo verso Qiu Ju, la venditrice di peperoncini del film di Zhang Yimou che vende il proprio raccolto per pagare un avvocato e vedere riaffermato il diritto individuale del marito di fronte all’umiliazione subita dal capo villaggio nella Cina comunista, confuciana e comunitarista.

Rodotà sganciava la dimensione trasformativa dei diritti dalla cittadinanza, e dunque dall’appartenenza del soggetto a uno Stato, e predicava la saldatura necessaria tra le tre tradizionali categorie di diritti civili, politici ed economici, sociali e culturali. Essi stanno o cadono, a seconda che vengano presi come un pacchetto unitario o singolarmente, per prediligere gli uni o gli altri.

Ma lungi dal voler discutere la produzione di un autore così complesso e importante, mi preme soprattutto segnalare il lascito metodologico di Rodotà, che il professore elargiva non solo nei suoi scritti, ma anche nelle bellissime, fluviali conferenze in cui si donava con enorme generosità. Dotato di grande sensibilità letteraria e filosofica, nonché di una notevole capacità affabulatoria, il giurista aveva come stella polare il rigore del ragionamento. Mai banale, il suo incedere è sempre stato uno stimolo all’approfondimento, un invito a spostare lo sguardo e a tenere insieme le varie prospettive, padroneggiando però i dati di realtà, la giurisprudenza, la dottrina, i dibattiti più recenti. Il suo ragionare era uno scarto di lato, una mossa del cavallo.

Si è sempre molto speso nella difesa della Costituzione, ma negli ultimi tempi il suo impegno si era intensificato, facendolo finire nel mirino di quella nuova classe dirigente cafona che nella cultura non ha visto altro che una minaccia ordita da “parrucconi” e “gufi”. Fu proposto alla presidenza della Repubblica dal M5s, per poi essere volgarmente scaricato da Grillo, ma quella vicenda racconta quanto la visione di Rodotà fosse lontana dal Pd a trazione Napolitano-Renzi. Di qua la continuità rispetto all’europeismo dei burocrati e per l’esautorazione della democrazia rappresentativa, di là l’europeismo dei diritti e della politica di Rodotà.

Nel 1985 era stato autore (assieme a Bassanini, Barbato e altri) di una proposta di riforma che abolisse completamente il Senato. Quando Renzi propose la finta abolizione del Senato, Rodotà dispiegò tutta la propria sapienza a criticare la proposta, e fu bersagliato indegnamente dagli organi del renzismo, dai Ceccanti a quelli del Foglio, che lo bollarono come “incoerente”. Ma la proposta di Rodotà di allora andava in una direzione diametralmente opposta a quella renziana: mentre infatti Renzi intendeva con la riforma rendere l’esecutivo più stabile e meno dipendente dai “lacci e lacciuoli” (l’espressione è, non a caso, berlusconiana) di un parlamentarismo ormai percepito come una zavorra alla speditezza delle decisioni del premier, la proposta Rodotà” andava nel senso contrario, ovvero imbrigliare ancor di più l’esecutivo, rafforzare la rappresentanza, sottoporre in modo più netto il governo al parlamento evitando che la disarticolazione della rappresentanza in due istanze lasciasse spazi all’esecutivo, spazi arbitrari, nei quali si costituisse una “forma non legale di ulteriore plus-potere rispetto all’organo rappresentativo e alla società rappresentata”. Il piano dell’efficienza — oggi così tanto invocato per giustificare la critica ai parlamenti — non può essere disgiunto, dicevano Rodotà e gli altri, da quello della legittimazione popolare.