Stamani Il Fatto Quotidiano pubblica l’intervento di Stefano Rodotà alla serata che organizzammo a Roma il 2 dicembre per il “No” al referendum – indecente – voluto dal pokemon tontolone. C’erano tante belle persone e un clima strano. Bello, ma strano. Temevamo eccome la vittoria del giglio babbeo. C’ero anch’io. Sul palco, insieme ad amici, lessi un pezzo di Calamandrei. Accanto a me, dietro le quinte, tutti gli ospiti. Attori, registi, scrittori, giornalisti, cantanti.

Avevamo la sensazione di fare la cosa giusta, anzi giustissima, ma anche di essere destinati a perdere. Ficarra e Picone sdrammatizzavano, Sabrina Ferilli provava a dare fiducia, Moni Ovadia infieriva sul niente (cioè su Renzi). Marco (Travaglio) non voleva sentir parlare di pronostici (e io glieli dicevo apposta, ovviamente ferali, soprattutto a cena dopo la serata a teatro). L’unico ottimista era Freccero, che aveva in mano sondaggi fatti da non so chi: avrebbe avuto ragione lui, per la fortuna di questo scombussolato paese. Anche Tomaso Montanari si mostrava moderatamente ottimista.

A un certo punto, dalla platea, parlò Stefano Rodotà. Tutti applaudirono e scattarono in piedi prim’ancora che parlasse. Lo facemmo anche noi, dietro le quinte. Applausi lunghissimi, forti, affettuosi. Un gigantesco abbraccio. A qualcuno (a me di sicuro) venne anche un po’ da piangere. Rodotà provò a fermare gli applausi e i cori, non perché non ne fosse felice, ma perché si sentiva imbarazzato. Gli pareva che quell’affetto fosse eccessivo. Non lo era: applaudendolo, e commuovendoci, tributavamo l’uomo che tutti noi avremmo voluto Presidente.

Un uomo non voluto dal Pd, detestato dalla destra, denigrato da troppi servi idioti (quanti “giornalisti” lo umiliarono in tivù con la storia del “Ro-do-tà”, mamma mia) e insultato da quasi tutti (anche da Grillo, che lo definì cretinamente “ottuagenario miracolato dalla rete”). Averlo al Quirinale sarebbe stato un sogno e per questo non lo abbiamo avuto: la politica italiana è schifosa e fa male alla pelle, come cantava qualcuno (Gaber). È irredimibile e non contempla speranza alcuna. Lì, con la seconda elezione di Napolitano, per me è finito tutto. Da allora solo macerie e iatture. Rodotà disse parole bellissime. Lì ci rendemmo conto, definitivamente, di essere al posto giusto nel momento giusto. Lì avvertimmo di avere già vinto, a prescindere da quanto sarebbe accaduto il 4 dicembre. È stata, è e sarà una delle serate di cui più andare orgogliosi nella mia vita. Un onore essere salito sul palco dopo le sue parole. Una fortuna essergli stato contemporaneo. Un dolore vivere in un paese che, ai Rodotà, preferisce sempre i Napolitano.

 

Grazie di tutto, Presidente.