Per anni ci siamo chiesti perché Enrico Papi fosse sparito dalla circolazione e rischiavamo seriamente di morire senza aver risolto questo arcano. Grazie al cielo, però, ieri sera lo abbiamo capito. Merito (colpa?) di Mediaset, che ha voluto far tornare il conduttore romano alla guida della sua creatura più famosa, quel Sarabanda che dal 1997 al 2004 ha occupato con un certo successo l’access prime time di Italia1. Altri tempi, altra tv, altro pubblico, altre aspettative. Un’operazione nostalgia difficile e rischiosa, soprattutto se la scelta è quella di mandare in onda tre puntate in prima serata (dunque lunghissime) e in diretta.

Il risultato, come ampiamente prevedibile, è stato disastroso. Soprattutto per colpa dello stesso Papi, che forse si è ubriacato con la “rinascita” a Tale & Quale e la presenza in un videoclip di Rovazzi, credendosi uno showman a 360 gradi, capace di far tutto e il suo contrario. Ieri sera lo abbiamo addirittura visto imitare (malissimo) Donald Trump, aprire la puntata con un penoso monologo “comico”, ballare (malissimo) nei panni improbabili di Bruno Mars. Si crede Fiorello, il povero Papi, ma non lo è. E questo delirio di onnipotenza si era già subodorato nei giorni scorsi, leggendo le interviste di rito prima del ritorno televisivo. Il problema di Papi è che possiede una concezione di sé stesso che cozza drammaticamente con la realtà e ieri sera ne abbiamo avuto la prova definitiva.

Passi l’emozione del ritorno tanto atteso, passi la diretta difficoltosa per un programma del genere, ma nulla può giustificare la confusione dilettantistica che ha regnato negli studi Elios, a cominciare da un corpo di ballo dilettantistico, passando per problemi tecnici da TeleScasazza e la solita gazzarra ansiogena che è da sempre parte dello stile di conduzione di Enrico Papi. E poi il continuo riferimento al web da parte del conduttore, anche quando non c’azzeccava assolutamente nulla, solo per sfruttare il fatto che il desaparecido Papi ha trovato una inattesa ribalta proprio sui social network.

La petite madeleine di Italia1 è risultata stantia, stopposa, indigesta. E ci hanno fatto molta tenerezza anche i campioni dei tempi d’oro, naturalmente segnati dagli anni passati e utilizzati solo come freak da dare in pasto a Twitter. Sarabanda aveva un senso 20 o 15 anni fa, in quel contesto culturale e sociale, a cavallo tra anni Novanta e Duemila, in quella televisione non ancora abituata agli altissimi standard che fortunatamente sono arrivati negli anni seguenti, anche e soprattutto nell’intrattenimento leggero.

E aveva senso in access prime time, con una durata di un’ora al massimo, non con una diretta monstre di tre ore, tra confusione, impacci e lungaggini insostenibili. E forse nella tv di oggi non funziona neppure Enrico Papi, a meno non accetti finalmente i propri limiti e la smetta di credersi un grande showman fuoriclasse, quando è sempre stato un discreto mediano, ma nulla di più.

Mancano altre due puntate di questa edizione speciale in prima serata della rediviva Sarabanda. Si può correggere il tiro, si può buttare tutto un po’ meno in vacca, si possono limare molte cose superflue, ma se davvero l’intenzione a medio termine è far tornare Sarabanda in pianta stabile, forse è bene ridimensionare le attese: access prime time, durata limitata, mai più in diretta, Papi che fa meno il fenomeno. Anche se il sospetto è che alcuni programmi vadano lasciati lì, nel cassetto della storia televisiva, senza riesumare cadaveri ormai in avanzato stato di decomposizione che non hanno più posto nella televisione dei giorni nostri. Che non è perfetta o migliore, beninteso, ma è diversa. Assai.