La risposta è: decisamente no. Tra gli aspetti più interessanti della notte delle elezioni in Gran Bretagna che ha decretato la “non vittoria” dei conservatori e la “vittoria relativa” dei laburisti, emergono alcune tendenze interessanti in termini di flussi elettorali. I britannici hanno scelto il bipartitismo, premiando i due schieramenti principali con un monte voti complessivo che segna un record negli ultimi 45 anni: il numero complessivo di voti incassati dai candidati di Theresa May e Jeremy Corbyn tocca un picco pari all’87,5% delle preferenze totali espresse, avvicinandosi a quel 91,5% record registrato nel 1970. In Scozia, Labour e Conservatives si sono divisi le spoglie di quasi metà dei seggi ottenuti due anni fa dal Partito nazionalista scozzese; in Inghilterra e Galles, i due partiti hanno banchettato su quel che resta dell’Ukip, orfano di Nigel Farage e con a capo un poco incisivo Paul Nuttall (che arriva addirittura terzo nella sua circoscrizione).

Per lungo tempo si è pensato che il quasi fisiologico travaso di voti dei transfughi Ukip sarebbe confluito in massa tra le fila dei Conservatori, ma così non è stato. Perché? Non erano loro quelli che alcuni commentatori hanno attaccato per mesi dopo il referendum per la Brexit e bollato come campagnoli di destra “brutti, sporchi e cattivi”? Dando un’occhiata a cosa è successo ieri notte, lo scenario diventa molto più chiaro.

Qualche dato. Senza parlarne in termini percentuali, che considerando il sistema elettorale britannico potrebbe risultare in conclusioni fuorvianti, l’Ukip ha subito un vero e proprio collasso che l’ha portato a ottenere – a livello nazionale – solo poco meno di 600mila preferenze, a fronte di un risultato clamoroso di quasi 3.900.000 voti ottenuto nel 2015. Il tracollo, innegabile, ha portato immediatamente alle dimissioni di Paul Nuttall e, come potete ben immaginare, ha sancito l’assenza del partito di Farage dalla prossima Camera dei Comuni. Dove sono andati a finire questi voti?

Farage e compagni sono riusciti a spostare il centro gravitazionale politico dello schieramento di centrodestra sempre più verso posizioni radicali, ma non è stato il partito conservatore a beneficiare della fuga di voti dei campioni del Leave. Sui social media e diversi organi di stampa,  hanno cominciato a rimbalzare  alcuni dati su come il voto dei giovani abbia consegnato percentuali inaspettate ai Labour, ma si tratta di assunzioni con minimi riscontri nella realtà (per il momento). A permettere a Corbyn di fare il salto sono stati proprio gli ex elettori del partito euroscettico.

Osservando la mappa dei risultati collegio per collegio, emergono dinamiche di voto che mostrano come il Labour party sia andato particolarmente bene nel nord dell’Inghilterra, in Galles, East Anglia e sulla costa sud, dove gli elettori hanno premiato il partito con un +10% di media. Spostando il focus sui risultati ottenuti dall’Ukip, si nota che è proprio in quelle zone – in linea di massima – che il partito di Nuttall ha visto colare a picco i propri consensi. Il partito laburista, in sintesi, è riuscito a riconquistare una larga parte della propria base elettorale che l’aveva abbandonato negli ultimi anni, in particolare nel 2015, in favore di una scelta più culturalmente conservatrice ed economicamente protezionista.

La campagna di Jeremy Corbyn e il manifesto Labour hanno puntato a recuperare terreno e una certa dimensione di conflitto sociale su tematiche come salute e lavoro che, con buona pace di chi passa la maggior parte del tempo a parlare di Brexit e relative oscillazioni negli equilibri internazionali, restano il terreno privilegiato per il confronto sulle politiche da intraprendere per dare sicurezza a colletti blu, beneficiari di sussidi vari e coloro che hanno sofferto di più il passo frenetico della globalizzazione (i cosiddetti “losers from globalization”, secondo una fortunata formula).

La strada, in realtà, sembrava chiara già due anni fa: i Labour avrebbero potuto far bene di nuovo solo recuperando il voto della classe operaia e della classe media impoverita nelle zone cruciali, mettendo al centro del dibattito lavoro, politiche di supporto ai redditi, sicurezza e finanziamenti al National health service. Le roccaforti storiche Labour, tra cui le aree deindustrializzate del nord dell’Inghilterra e quelle del Galles ad alta densità abitativa, hanno risposto all’appello di Corbyn premiando i candidati progressisti con addirittura più del 50% dei voti in alcuni seggi. I Labour avranno anche ottenuto meno seats dei Conservatori alla fine della conta, ma hanno dato corpo a una performance che in pochi si sarebbero aspettati due mesi fa. Potrebbe essere un indicatore decisivo per capire che, da quella parte dello schieramento, ricomporre lo strappo tra la sinistra delle libertà e quella che invoca protezione e sicurezza sociale si può.