Confusione, perplessità, ripensamenti, critiche non infondate si erano moltiplicate sul sistema tedesco all’italiana già quando era arrivato in discussione alla Camera in un’aula semideserta.

Il relatore del Pd, Emanuele Fiano, aveva spiegato che in Commissione Affari Costituzionali si era fatto alle condizioni date “il migliore lavoro possibile nell’interesse preminente del paese”: ma da subito era chiaro che sarebbero stati gli emendamenti, di cui una ventina presentati dal M5S con l’obiettivo principale di introdurre il voto disgiunto che esiste nel sistema tedesco e delle preferenze nel listino proporzionale, una variante italiana per scongiurare o limitare i nominati, il banco di prova sulla tenuta effettiva delle convergenze dei “grandi” per avere regole del gioco democratico condivise.

Ma il de profundis del tedesco italianizzato, che di per sé non era qualcosa di altamente imprevedibile, non è arrivato su un punto fondamentale tale da rendere la nuova legge elettorale accettabile e preferibile ai vari Rosatellum o Verdinellum già messi in circolazione dal Pd, bensì da un pretesto: la richiesta di adeguamento al “sistema tedesco” per il Trentino Alto Adige inoltrata da FI e M5S approvata con voto segreto grazie al contributo di una folta pattuglia di franchi tiratori e all’assenza di una quarantina di deputati del Pd.

Immediatamente il Pd, che al netto degli assenti e dei franchi tiratori svelati in un flash dal tabellone che per un errore tecnico o una defaillance della presidente della Camera mostra il voto, aveva i numeri per respingere l’adeguamento peraltro naturale del Trentino al sistema nazionale, ha gridato indignato al “tradimento” ordito dal M5S e ha votato con Lega e FI per rispedire la legge in Commissione, anticamera dell’affossamento definitivo.

Il neoportavoce della segreteria, Matteo Richetti, ha diagnosticato che il M5S soffre di una “inaffidabilità patologica” e per risultare più convincente ha rievocato due must: scie chimiche e vaccini che vanno sempre forte. In aula invece il capogruppo Ettore Rosato, a cui è toccato fare la voce grossa, ha denunciato “la trappola parlamentare” tesa al Pd da un partito “incapace di scegliere e di decidere” e si è avventurato in una predizione nonché sentenza politica inappellabile: “Voi continuerete ad essere opposizione perché ancora una volta avete tradito le aspettative dei vostri elettori”.

Ora sembra che siano passati secoli invece che una manciata di giorni da quando Renzi con lo slogan “ora o mai più” aveva mobilitato il suo partito, che in Parlamento ha dimostrato di controllare molto poco già dal primo voto sulle pregiudiziali di costituzionalità bocciate con soli 310 voti contrari, sul cronoprogramma accelerato delle elezioni a settembre, utile anche per non doversi misurare a ridosso del voto con scomodi appuntamenti economici, come la nota di aggiornamento del Def entro il 27 settembre.

A festeggiare quella che potrebbe essere l’ultima occasione di una legge elettorale pur se di basso profilo e votata da un Parlamento anche se partorito dal Porcellum, quasi fuori tempo massimo e dopo una serie di presunti tentativi maldestri, sono in tanti per motivi più o meno nobili e anche molto concreti e stringenti come ha osservato Peter Gomez: “Non passa perché in troppi restano fuori, c’è troppa gente che al prossimo giro resta in piedi”.

Infatti così come era il tedesco-italiano in continuità con Porcellum ed Italicum lasciava alle segreterie la decisione su chi mettere dentro e chi lasciare fuori e dunque riproponeva in buona parte un Parlamento di nominati.

E forse non è un caso che il Pd abbia preferito che il casus belli si consumasse su “un principio di equità” che riguarda il sistema di voto in una Regione a statuto speciale piuttosto che su un emendamento per introdurre le preferenze: respingerlo e scagliarsi contro il M5S non sarebbe stata una passeggiata.