di Gianni De Fraja (Lavoce.info)

Le elezioni dell’8 giugno vedranno la conferma di Theresa May alla guida del Regno Unito e delle trattative sulla Brexit. Ma molte cose non sono andate come aveva sperato la primo ministro. E i giovani potrebbero metterle un bel bastone fra le ruote.

Corbyn al numero 10?

Oggi 8 giugno il Regno Unito va alle urne. Dopo le figuracce delle elezioni del 2015 e del referendum sulla Brexit, i sondaggi elettorali mettono le mani avanti dichiarando che di sicuro c’è solo l’enorme incertezza. E i recenti sanguinosi attentati non contribuiscono certo a ridurla: da un lato, un governo percepito come forte potrebbe beneficiarne, dall’altro lo stesso governo potrebbe venir punito per i tagli recenti ai fondi destinati alla polizia e all’antiterrorismo.

L’incertezza è però limitata alla gamma di possibili esiti per i due maggiori partiti, sembra invece esservi accordo tra i sondaggi nel prevedere la scomparsa dell’Ukip, la debolezza dei filo-europeisti liberal-democratici e il dominio dei nazionalisti a nord del vallo di Adriano. Quasi tutti prevedono una maggioranza Tory, anche se lontana dal trionfo su cui Theresa May contava quando ha sciolto le camere. Secondo un recente sondaggio, tuttavia, Madam May potrebbe svegliarsi il 9 giugno senza la maggioranza parlamentare. In questo caso, a installarsi al numero 10 di Downing Street potrebbe essere Jeremy Corbyn, a capo di una coalizione progressista.

Vista l’improbabilità che ciò si verifichi, immaginare come Corbyn potrebbe governare è quasi fantapolitica. Dal punto di vista della Brexit, mi aspetterei pochi cambiamenti: il segretario del Labour è decisamente anti-europeo, e benché la maggioranza dei deputati laburisti sia convintamente pro-europea, il gruppo parlamentare, grato e sorpreso per l’insperata defenestrazione dei Tory, gli concederebbe certo un periodo di carta bianca nelle trattative con la Ue.

Brexit a parte, come di consuetudine nelle elezioni nel Regno Unito, la piattaforma elettorale contiene un dettagliato programma di governo. Alcune misure sono condivisibili – dalla restaurazione del sussidio finanziario ai giovani di famiglie meno abbienti che continuano a studiare dopo la fine dell’obbligo, dimostratasi efficace ma abolita da David Cameron, all’imposizione dell’Iva sull’istruzione privata, alla riduzione della quota esente della tassa di successione. Altre idee sono populiste, più simboliche che altro, come l’abolizione del pagamento per parcheggiare in ospedale, il cui unico effetto sarebbe quello di rendere impossibile recarvisi in macchina, o la creazione di quattro nuove festività, nei giorni dei santi patroni delle nazioni del Regno.

Altre proposte avrebbero, a mio parere, seri effetti negativi sull’economia britannica. L’abolizione delle rette universitarie per gli studenti avrebbe natura regressiva, favorendo i figli delle classi più benestanti e chi, da adulto, avrà redditi maggiori. La conseguente riduzione dei fondi disponibili potrebbe però dare il colpo di grazia al settore universitario, già indebolito dall’incertezza generata dalla Brexit. Ancor più serie sarebbero le possibili conseguenze negative delle nazionalizzazioni delle ferrovie, delle poste e di altri servizi, che porterebbe, come è stato per la privatizzazioni, a lunghi periodi di aggiustamento, con i costi associati, e sostanziali aumenti della aliquote di imposta sui redditi medio alti e sui redditi di impresa, che avrebbero un probabile effetto di disincentivo alle attività produttive.

Se i ragazzi votano

Ci sono a mio avviso due spiegazioni per l’estrema volatilità dei sondaggi. In primo luogo, l’inaspettata direzione che ha preso la campagna elettorale. Madam May intendeva incentrarla tutta sull’importanza delle trattative sulla Brexit. In realtà, dopo un anno in cui ogni telegiornale, mattina e sera, discute di Brexit, il pubblico preferisce sentir parlare di sanità e istruzione, di tasse e di pensioni. E su questi temi il governo tory sembra incapace di presentare una politica coerente: aumenti di spesa, in aree “popolari”, non sono controbilanciati da crescita delle entrate al di là di una vaga promessa di tagliare il costo del welfare. L’intenzione dichiarata nel “manifesto” di ridurre il generoso pacchetto di benefici di cui godono i pensionati è stata subito ritirata in seguito a una rivolta dei membri del partito. La flebile scusa con cui May ha spiegato il suo rifiuto di partecipare al dibattito televisivo con gli altri leader (preferisco parlare agli elettori che a colleghi politici) è vista come assenza di leadership. Perfino nel campo dell’immigrazione, i toni isterici del dibattito sembrano essersi attenuati, i laburisti non vengono criticati per rifiutarsi di promettere un tetto al numero di immigranti, consci di come i Tory abbiano miseramente fallito ciascuno degli obiettivi che si erano autoimposti.

Il secondo motivo è la grande diversità tra generazioni, sia nelle preferenze politiche, sia nella propensione a votare. I giovani tendono a dichiarare di voler votare a sinistra, e poi, disinteressati o convinti di non poter fare alcuna differenza, tendono ad astenersi il giorno del voto. Se, come al solito, tanti giovani si asterranno l’8 giugno, May otterrà una comoda vittoria; se invece ci fosse un effetto Corbyn, analogo al “feel-the-Bern” delle primarie democratiche, il voto dei ragazzi potrebbe forse portare la corsa al filo di lana. Forse mai come oggi, il futuro dei giovani è nelle loro mani.