Durante un comizio dell’Unione cristiano-sociale in Baviera (Csu), Angela Merkel ha abbandonato per una volta la proverbiale prudenza e ha fatto un’affermazione che rischia di essere la pietra miliare della politica di questo secolo: “È finito il tempo in cui potevamo fidarci degli altri, l’Europa deve fare da sola. Evviva.

Quello che i più avveduti commentatori avevano segnalato come unica buona notizia portata dalla Brexit, ovvero la fine delle azioni di disturbo dei governi anglosassoni al processo di integrazione politica europea, si potrebbe finalmente concretizzare. Con gli Usa ormai ripiegati solo su se stessi, guidati da un Presidente evidentemente inadeguato, ondivago, dai modi dilettanteschi, screditato all’interno e all’estero dopo pochi mesi di mandato, e con la Gran Bretagna in preda alla campagna elettorale, auto-esclusa dai processi decisionali europei e in via di progressiva marginalizzazione, Germania e Francia hanno finalmente l’opportunità di prendere il pallino in mano e dare un’accelerazione all’Unione. Si darebbe corpo, una volta per tutte, al processo che potrebbe trasformarla da trattato internazionale a grande Stato federale. Con un solo bilancio, una sola diplomazia, un solo esercito.

Un percorso che la Merkel ha intrapreso già da tempo, partendo da lontano, a volte peccando di prudenza per paura di finire ostaggio della destra interna, a volte eccedendo in slanci umanitari, ma tenendo il timone costantemente orientato verso la stella polare della costruzione di un edificio politico comune, guidata dall’ovvietà che la prima economia del mondo – la Ue – deve presentarsi compatta sullo scacchiere geo-politico, se non vuole essere schiacciata dai giganti con i quali è costretta a cimentarsi.

In nome di quel disegno la Merkel non ha esitato:

1. a preferire alla presidenza della Bce un italiano, Mario Draghi, piuttosto che incaricare l’allora governatore della Bundesbank Axel Weber, scelta che sarebbe stata assai più prudente, specie perché proprio nel pieno della crisi sui debiti sovrani;

2. a turarsi il naso e approvare programmi di salvataggio privi di ragionevoli probabilità di successo nonostante il famosissimo “rigore tedesco”, poco prima della seconda crisi del debito greco;

3. a tollerare, come tuttora fa, una politica monetaria ben più lasca di quanto noi italiani avremmo mai potuto sperare, continuando a difendere Draghi dalle ingerenza della politica tedesca, nonostante il tasso di inflazione dell’Area Euro non sia più quello del 2015 già da un po’.

E l’italia? L’Italia conterà, come al solito poco, e questa è cosa perfettamente ragionevole, vista l’insipienza e l’incapacità degli ultimi tre governi, quasi tutti accomunati dalla fuga dalle responsabilità e dalla pratica di scansare qualsiasi opportunità di risanamento del bilancio, compresa l’ennesima concessa da Draghi – e dagli stessi tedeschi che, come già accennato, continuano a far finta di non vedere – attraverso una politica monetaria generosa e finalizzata al solo scopo stabilizzare i tassi sul debito sovrano e salvare il nostro Paese dall’altrimenti inevitabile tracollo. Davanti a questa disponibilità, non abbiamo reagito come avremmo dovuto – e cioè intervenendo su una razionalizzazione della spesa che preservasse l’equità sociale – ma come i nostri più severi critici avevano previsto: perdendo tempo, facendo leggi elettorali, dando la colpa alla finanza internazionale, ai poteri forti, all’Euro.

Dando la colpa, in definitiva, a chi ci finanzia. C’è da sperare, ma non c’è da stare allegri, insomma. Anche perché, con tutta probabilità – anzi, sicuramente – chi ha protetto sino ad oggi Draghi farà lo stesso col suo successore: un tedesco rigorista, Jens Weidmann, che già si prepara a farci notare che se l’indipendenza del banchiere centrale vale quando c’è un presidente che fa espansione monetaria, vale anche quando c’è un presidente che fa politiche di restrizione.

Stando così le cose, non ci rimane che pregare che l’esprit européen riverberi davvero presso le cancellerie che contano. E che tedeschi e francesi riprendano in mano le briglie del processo di unificazione, accettino la nostra indipendenza politica ed economica come moneta a rimborso dei mille miliardi di titoli italiani stanziati in Bce, nominino un Ministro delle Finanze d’Europa e risolvano loro, se ne sono capaci, il problema del debito che ci portiamo dietro da ormai 30 anni.

Ché cavarsela da soli, con la classe dirigente che ci ritroviamo, sarebbe alternativa assai peggiore.