L’ultima partita, magari anche l’ultimo gol se Spalletti stavolta gli concederà qualcosa più dei canonici minuti di recupero. È la sua giornata: Roma-Genoa sarà l’ultima volta di Francesco Totti con la Roma. Magari non l’ultima in assoluto, perché lui il peso dell’età che tutti quanti sentono da anni ancora non lo vuole accettare: le sue parole d’addio, ambigue, anche un pizzico risentite, lasciano aperta la porta ad un futuro da calciatore altrove. Ma comunque l’ultima in giallorosso, con quella maglia indossata come una seconda pelle da bambino e sfilata controvoglia a 40 anni. La fine di un’epoca.

Stasera, al termine di questi 90 minuti, la Capitale si fermerà, paralizzata dal senso di fine. Forse ci vorrà qualche ora in più per realizzare: la Roma ha chiesto ed ottenuto l’anticipo della partita, in modo da poter dedicare la sera ai festeggiamenti d’addio, omaggio forse tardivo a una bandiera un po’ troppo spiegazzata negli ultimi anni. Poi, dopo le lacrime, i cori, questo grande abbraccio collettivo finale, bisognerà voltare pagina. Perché Totti è la Roma: c’è un’intera generazione, ragazzi di 20-25 anni, che non ha mai visto la sua squadra senza il capitano. Non sa neanche cosa sia. Svegliarsi domani significherà dover ricostruire i riferimenti del proprio mondo. Anche per questo la lunga attesa verso questa domenica è stata frenetica: la città si è agitata, impazzita, forse per non pensare a quello che sarebbe successo. La caccia ai biglietti, tutti esauriti nel giro di poche ore. E quindi anche agli accrediti, che a Roma dove c’è sempre un amico di un amico sono più facile da trovare degli stessi biglietti a pagamento. La corsa in edicola per una copia delle prime pagine o dei tanti speciali allestiti dai vari giornali locali. Le magliette, le foto, gli autografi. Una ricerca esasperata di un piccolo ricordo della partita di domenica e di questi 25 anni. Una sorta di folle idolatria del tutto comprensibile per un simbolo, più che un semplice calciatore e campione straordinario come ce ne sono stati pochi nella storia del calcio italiano.

Difficile capire invece cosa passerà nella sua mente. Si può provare a decodificare quelle parole buttate giù malvolentieri su Facebook, dopo mesi di silenzio, quasi a volersi sottrarre ad una fine annunciata da altri. Risentimento per chi lo ha cacciato di casa? Dispiacere per la fine di una storia, che fosse stato per i suoi protagonisti non avrebbe dovuto finire mai? Di certo amore per i tifosi, e l’orgoglio di volersi mettere ancora in gioco. Chissà come e chissà dove, se da calciatore in una piccola squadra di provincia o in una grande città d’Oltreoceano, o già da dirigente nella nuova Roma targata Monchi. La conclusione del messaggio, quel “da lunedì sono pronto a ripartire, sono pronto per una nuova sfida” ha scatenato le ipotesi più disparate: c’è un lauto contratto da dirigente che lo aspetta, magari al fianco di un suo ex compagno come Di Francesco, possibile nuovo allenatore della Roma, che renderebbe sicuramente più agevole la transizione nel nuovo ruolo e addolcirebbe l’addio; ma ci sono anche le piste che portano a Miami o a Dubai, ritiri dorati di calciatori in pensione. Una strada già seguita ad esempio da Del Piero, altra bandiera ammainata dalla società prima del tempo.

Intanto è andato a cena con i compagni, ha ritirato il diploma honoris causa nel salone del Coni, ha ricevuto messaggi di stima dal mondo dello sport e non solo. Si prepara a ricevere l’ultima standing ovation del suo pubblico. Con un po’ di malinconia per questa stagione vissuta in panchina, da separato in casa, da problema per lo spogliatoio e per la società. Recriminando che non sarebbe dovuta finire così. Lo pensano in tanti, del resto. Ma il finale è sempre la parte più difficile da scrivere, in ogni storia. Forse anche per questo continuerà a giocare e segnare altrove, per poter mettere da solo la parola fine alla propria carriera. Ma comunque senza il giallorosso non sarà più la stessa cosa. Forse non avrebbe neanche senso, sta a lui deciderlo. Di sicuro da stasera un intero popolo sarà costretto ad un sforzo mentale collettivo, doloroso: accettare quello che non si era mai neanche immaginato. Una Roma senza Totti, forse persino un Totti senza la Roma. Ancora novanta minuti. E poi un’altra vita.

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