Totti è finito. No, è eterno. Totti smette. No, continua. Ci risiamo un’altra volta: il capitano entra in campo, trasforma la squadra, sforna un assist ad occhi chiusi e segna il rigore decisivo all’ultimo minuto. La Roma vince, una città impazzisce, la società forse un po’ meno. E tutti (lui per primo, però) di nuovo a parlare e interrogarsi sul suo futuro. Come se per le ennesime prodezze di uno degli ultimi fuoriclasse del calcio italiano non bastasse godersi il presente, che dura da un paio di decenni.

Quella di Roma-Sampdoria è una storia già vista: Totti che salva la sua squadra. Succede praticamente da sempre. E più di recente solo qualche mese fa: Genoa-Roma 2-3, ad esempio, oppure Roma-Torino 3-2. Le partite che hanno costretto Pallotta e Spalletti a cambiare idea e concedere un altro anno da calciatore al numero 10 giallorosso. In teoria l’ultimo, prima dei saluti dopo 25 anni di fila in Serie A tutti con la stessa maglia (eguagliato il record di Paolo Maldini), 23 consecutivamente in gol (e questo è un primato assoluto). Ma sarà davvero così? È bastata una partita, neppure intera, solo il secondo tempo contro la Sampdoria, per riaccendere il dibattito che aveva logorato tutta la piazza a fine campionato scorso. Perché Totti è Totti. Probabilmente eterno: certe giocate le farà pure a 50 anni, e il prossimo 27 settembre deve compierne “solo” 40. E perché nonostante gli accordi, le frasi di circostanza, i piani già scritti per un futuro di dirigente, lui di appendere gli scarpini al chiodo in fondo al cuore proprio non ne vuole sapere. “Come sto vivendo quest’ultimo anno da calciatore? Me lo vivo serenamente e quotidianamente, con la testa libera. Poi se sto così perché dovrei smettere?”. A vedere la partita di ieri, ha pure ragione. Ma non chiedetelo a Pallotta.

E così eccoci qua, ancora al punto di partenza. Con una differenza. Rispetto a quattro mesi fa – quando dopo l’arrivo di Spalletti la Roma sembrava aver trovato la sua strada e Totti era diventato un problema, quasi un ingranaggio estraneo ad una macchina semi-perfetta –, ora è di nuovo la Roma ad avere un disperato bisogno del suo capitano. L’eliminazione nei preliminari di Champions contro il Porto è stata molto più che un incidente di percorso: il contraccolpo è stato forte, e anche ieri in campo si è vista una squadra fragile, che ha sbandato alla prima difficoltà (il pareggio di Muriel) e forse non si sarebbe ripresa senza l’ingresso di Totti. Un gruppo alla ricerca di un leader. E che questo leader (non solo “spirituale”, ma anche tecnico-tattico) sia ancora lo stesso giocatore di sempre (immenso, per carità, ma comunque alle soglie dei 40 anni), probabilmente rappresenta un problema su cui il presidente Pallotta dovrebbe riflettere molto più a lungo del possibile futuro di Totti. Basterebbe far decidere il campo, senza troppe parole, assecondare una scelta spontanea come è successo per altri campioni prima di lui (Baggio, Zanetti, Maldini; Del Piero no, ma quella è un’altra storia).

Invece il tormentone è già ricominciato. Per la sua classe, e per la potenza simbolica del Totti capitano nella Capitale, probabilmente è anche inevitabile. D’accordo. Però aspettiamo almeno le ultime giornate del campionato. Un anno intero così no, non lo possiamo reggere. Soprattutto non lo può reggere la Roma.

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