Avevo recentemente scritto un post nel quale descrivevo come compiuta la distruzione dell’Università pubblica italiana, e qualche giorno fa l’Università Statale di Milano ha deliberato il numero chiuso per le facoltà umanistiche, che è un passo ulteriore di questo processo distruttivo. Per comprendere la portata di questa decisione e le sue cause è opportuno rifare il punto della situazione. In alcune facoltà scientifiche il numero chiuso c’è da tempo: la prima facoltà ad introdurlo è stata quella di Medicina. La logica del numero chiuso in queste facoltà sta nelle esigenze della didattica cosiddetta professionalizzante: se si stabilisce (ad esempio in sede europea) che un laureato in Medicina debba svolgere un certo numero prefissato di attività cliniche, il numero chiuso consegue alla stima del volume di attività di quel tipo che il Policlinico universitario svolge in un anno. Questo tipo di vincolo non esiste per le facoltà umanistiche che infatti in precedenza non avevano adottato il numero chiuso.

La decisione dell’Università di Milano è stata dettata da una logica burocratica imposta dal Ministero dell’Università (Miur) e dall’Agenzia di Valutazione (Anvur). Su indicazione dell’Anvur, il Miur fissa i criteri qualitativi ai quali le università devono attenersi per ottenere l’accreditamento dei corsi di laurea. Questi criteri includono la necessità di garantire un certo numero minimo di docenti dedicato ad ogni corso di laurea, numero che dipende anche dal numero di studenti iscritti. Il blocco del ricambio dei docenti andati in pensione, imposto dal ministro Tremonti nel 2009 e mai ripristinato dai governi successivi, ha causato la perdita di circa il 20% del corpo docente passato da circa 65.000 unità a meno di 50.000. Gli Atenei si erano fino ad ora arrangiati coi docenti disponibili, i quali avevano finora fatto fronte all’emergenza. Ma ora arrangiarsi non è più possibile: il Miur ha fissato criteri più stringenti e il numero di docenti non basta più per soddisfare i requisiti di accreditamento. E’ necessario chiudere corsi di laurea o limitare il numero degli studenti. Infatti la decisione dell’Università di Milano è stata presa contro il desiderio dei docenti e dei rappresentanti degli studenti. In pratica il Miur ha vietato ai docenti di rendersi disponibili ad un carico di lavoro superiore, e agli Atenei di utilizzare la disponibilità di questi docenti. Ad un servizio dello Stato che da tempo funziona alla meglio, arrangiandosi come è possibile, il Miur ha vietato di arrangiarsi, facendo precipitare il servizio offerto ai cittadini.

Perché accade questo? Per varie ragioni. Lo Stato cerca di risparmiare: le Università sono finanziate anche in proporzione al numero degli studenti iscritti, e la riduzione degli studenti comporta un risparmio. Il governo è avverso alle istituzioni pubbliche anche minimamente indipendenti o critiche, caratteristiche che nelle l’Università sono certamente poco rappresentate, ma pur sempre in misura maggiore che in altri servizi. Infine molti cittadini che per le ragioni più varie non usufruiscono dell’università sono fortemente critici nei suoi confronti. Questo non è il caso dei cittadini studenti che chiedono maggiore accesso all’università, come hanno dimostrato nella vicenda di Milano.

E’ un errore pensare che tutti i corsi di laurea possano beneficiare del numero chiuso: il numero chiuso può essere una necessità didattica per le materie scientifiche, e deve essere commisurato al fabbisogno di laureati quando da accesso ad una professione ben specifica. Il numero chiuso non ha senso quando non è richiesto da necessità didattica e quando la materia insegnata rappresenta non solo una professione specifica, ma anche un arricchimento del cittadino, che potrebbe poi svolgere (meglio) una professione non immediatamente correlata alla preparazione ricevuta. Un paese più colto è (forse) anche un paese migliore e l’Italia si è impegnata in questo senso col programma europeo Horizon 2020, salvo poi disattendere completamente l’impegno preso.