Iniziata dieci anni fa, con fredda determinazione, dai ministri Tremonti e Gelmini, la distruzione dell’università pubblica italiana ha proceduto alacremente con tutti i governi susseguitisi fino a Renzi e Gentiloni, ed è ormai largamente compiuta. Dopo aver ripetutamente scritto per cercare di fermare il disastro, insieme con tanti altri colleghi, penso sia necessario trarre alcune conclusioni.

1. Abbiamo perso la nostra battaglia in difesa dell’università pubblica italiana. Ammettere l’evidenza è necessario e, anche se si vuole continuare a combattere, oggi non si tratta più di salvare l’università pubblica ma di ricostruirla. Infatti, in dieci anni, il finanziamento pubblico alle università è diminuito del 20% ed il personale docente è calato nella stessa misura, a causa di pensionamenti non rimpiazzati da nuove assunzioni. Le cifre della sconfitta sono inequivocabili. L’ultimo Progetto di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin 2015) stanziava per l’intera ricerca pubblica del paese circa 90 milioni di euro, la stessa cifra che il governo Renzi ha cercato a più riprese di garantire a copertura di un torneo di golf.

2. A fronte della riduzione del personale e dell’investimento economico, sono aumentati gli obblighi di vario genere. Vanno dalle procedure necessarie per acquistare beni e servizi alle rendicontazioni valutative escogitate dall’Agenzia nazionale di valutazione dell’università e della ricerca (Anvur). Questi obblighi aggravano il problema della carenza di personale e di fondi, e sono imposti in totale disprezzo dell’ovvia considerazione che richiedere un adempimento ad una struttura equivale ad accollarle un costo. Se io uso un’ora del mio tempo per compilare un rapporto, quella è un’ora di stipendio che non uso a favore degli studenti o della ricerca e si traduce in minore capacità produttiva della struttura.

3. La carenza di fondi per borse di studio e servizi si traduce in un drastico calo delle immatricolazioni. La domanda del pubblico nei confronti dell’università rimane alta solo nelle aree che garantiscono maggiori prospettive di inserimento (ad esempio, Medicina). Il calo degli studenti, disastroso per il paese, è più o meno proporzionato al calo dei docenti e non si traduce in un aumento delle risorse disponibili per ciascuno studente, anzi di fatto la qualità dell’offerta formativa nelle condizioni presenti è destinata a calare per l’obsolescenza delle strutture. Ciò che si può fare è cercare di offrire un servizio decoroso, valutando caso per caso quali diminuzioni di qualità siano accettabili in funzione della sostenibilità dell’offerta formativa.

4. Nelle facoltà scientifiche, il problema da affrontare è più acuto perché la didattica pratica nei laboratori scientifici è costosa e richiede adempimenti irrinunciabili inerenti alla sicurezza. In molti casi questo comporta la chiusura dei laboratori didattici o il loro grossolano ridimensionamento: non è accettabile che gli studenti corrano un rischio né che i docenti, per l’inadempienza alle norme di sicurezza, diventino dei criminali. La giurisprudenza ha ampiamente stabilito che sugli adempimenti per la sicurezza dei luoghi di lavoro non è ammissibile il condizionamento economico, ed è una curiosa coincidenza che l’inizio dello strangolamento economico dell’università pubblica e l’istituzione dell’Anvur siano quasi contemporanei all’approvazione del testo unico sulla sicurezza (D.Lgs. 81/2008). È impossibile che sia sfuggita alla politica la consapevolezza che la riduzione dei finanziamenti all’università pubblica rende impossibile l’avanzata della didattica a causa dell’insostenibilità dei costi della sicurezza.

L’università pubblica italiana declina, necessariamente e qualunque cosa ne dica la politica. Declina perché non è possibile mantenere i livelli della ricerca e della didattica che erano stati raggiunti nel passato. Certo, le strutture esisteranno ancora per un bel po’: le mura si sgretolano lentamente. Ma dentro quelle mura si farà progressivamente sempre meno ricerca e sempre peggiore didattica.