Quali sono i rapporti tra Donald Trump, la sua amministrazione e la Russia di Vladimir Putin? Perché Mosca si è adoperata così tanto per influenzare le elezioni presidenziali americane? Cosa c’è dietro il cosiddetto Russiagate? E quali sono gli interessi economici che collegano Trump e il Paese di Putin? A tutte queste domande tenta di rispondere un’inchiesta giornalistica del programma Zembla della tv pubblica olandese Vara: “The dubious friends of Donald Trump” (Gli amici sospetti di Donald Trump, ndr). Ne esce un quadro fatto di trasferimenti di soldi sporchi, affari tra il tycoon americano e oligarchi vicini al presidente russo, mafiosi provenienti dall’ex Unione Sovietica e trafficanti israeliani di diamanti.

Gli oligarchi, la mafia russa e i legami con il Presidente americano – Le indagini condotte dai giornalisti di Zembla partono dalla campagna elettorale del magnate americano che riceve l’endorsement del presidente russo. Ma a far sorgere le prime domande ai reporter è la frase pronunciata pubblicamente dal tycoon il 27 luglio 2016 in riferimento al Mailgate che ha affossato, di fatto, la candidatura di Hillary Clinton: “Russia, se mi ascolti spero che possiate trovare le 30 mila mail mancanti (della candidata democratica, ndr)”. Un ex agente segreto americano, Malcolm Nance, sostiene che in quel momento Trump sapeva già che l’intelligence russa stava lavorando per favorirlo. Inoltre, secondo Michael D’Antonio, biografo di Trump, “è verosimile che soldi russi abbiano finanziato le organizzazioni di Trump e che questo denaro provenga da fonti scandalose”.

I rapporti tra Donald Trump e gli oligarchi russi, sostiene l’esperto di investigazioni fiscali, James Henry, risalgono però agli anni ’80-’90, dopo il primo viaggio del magnate in Unione Sovietica, nel 1987. Dopo la caduta dell’Urss, durante la crisi economica che ha caratterizzato la presidenza di Boris Yeltsin, gli interessi di Trump e dei miliardari russi si intrecciano. Da una parte, la Federazione Russa inizia a svendere le proprie aziende a miliardari dell’ex Unione Sovietica che hanno bisogno di spostare soldi all’estero per nascondere o ripulire i proventi delle attività illecite. Dall’altra, spiega Henry, Trump aveva bisogno di liquidità che, dopo sei casi di bancarotta, le banche americane non volevano più concedergli. Il risultato, sostengono gli intervistati, è che gli oligarchi videro in Trump la faccia americana attraverso la quale far entrare i propri fondi negli States. Il Presidente americano ha più volte negato di avere interessi economici in Russia ma, come ha dichiarato suo figlio Donald Jr. in occasione di un viaggio a Mosca, nel 2008, molti uomini russi hanno investito nelle proprietà e nelle attività di The Donald.

Un esempio è quello della Trump Soho, grattacielo costruito in collaborazione tra Donald Trump, che ne è anche il responsabile secondo la legge americana, e la Bayrock Lcc, società controllata dal magnate kazako degli hotel, Tevfik Arif, in collaborazione con personaggi legati alla mafia russa. “Trump aveva bisogno di soldi da investire, Tevfik Arif di una faccia nota nel settore immobiliare per trasferire soldi di proprietà, probabilmente, di oligarchi russi”.

Ma c’è un altro nome che, grazie a mail interne alla Bayrock in possesso dei giornalisti, emerge tra i principali finanziatori dell’operazione: quello di Felix Sater. Trump, spiegano quelli di Zembla, in quanto responsabile della Trump Soho dovrebbe sapere con chi fa affari. Sater, nato a Mosca ma cresciuto negli Stati Uniti, è figlio del boss di riferimento in America di una delle famiglie malavitose più potenti della Russia, quella che fa capo a Semion Mogilevich, “Il Capo dei Capi” russo. “Almeno tre membri” del gruppo Mogilevich, dice l’inchiesta, hanno alloggiato o acquistato negli ultimi anni appartamenti proprio nella Trump Tower. Felix Sater viene coinvolto in una frode da 40 milioni di dollari in collaborazione con membri della mafia russa. Fugge nel Paese d’origine ma, pochi anni dopo, l’inchiesta verrà insabbiata perché diventerà un informatore del Fbi. Viene così reintegrato nella Bayrock che nasconde il suo rientro anche alle banche che investono nelle loro attività. Condotta “illegale”, come spiega, Oberlander. Come faceva Trump, si chiedono i giornalisti, a non conoscere il ruolo di Sater nella Bayrock, dopo la pubblicazione del New York Times di un articolo sui suoi crimini, nel 2007, e la sua assunzione, dopo l’uscita dalla società, come consulente del tycoon, con tanto di biglietto da visita e ufficio vicino al suo?

Tra i partner strategici di Bayrock c’era anche FL Group, gruppo islandese controllato da sostenitori di Vladimir Putin, famoso per il trasferimento di fondi dal Kazakhstan e altre ex repubbliche sovietiche e che prestava denaro a soggetti legati alla famiglia Mogilevich. FL e Bayrock, dice l’inchiesta, firmarono un accordo di investimento sul quale mise la firma anche Trump. Dietro, si è poi scoperto, si nascondeva un tentativo di frode fiscale da 250 milioni di dollari. L’attuale presidente americano ha negato di essere stato a conoscenza delle vere intenzioni dell’accordo.

Altri partner chiave nell’operazione Trump Soho sono poi Alexander Mashkevitch, oligarca kazako del settore minerario, indagato più volte per corruzione e riciclaggio di denaro e coinvolto, nel 2010, in una storia di sfruttamento della prostituzione insieme ad Arif, e Viktor Khrapunov, kazako oggi ricercato dall’Interpol per trasferimento illegale di denaro dal Kazakhstan in alcune banche svizzere. Soldi, con i quali si è comprato anche tre appartamenti nella Trump Soho. Khrapunov e la Bayrock avviarono anche un business ad Amsterdam, fondando la Kazbay B.V., azienda attraverso la quale, spiega Oberlander, “venivano trasferiti soldi da New York in Europa”. Le mail in possesso dei giornalisti rivelano che i protagonisti del’operazione si sono avvalsi della consulenza di Bracewell & Giuliani, studio legale del quale fa parte Rudolph Giuliani, ex sindaco di New York e sostenitore di Donald Trump durante la campagna elettorale.

Lev Leviev, il re dei diamanti amico di Putin che fa affari con Trump – L’altro grande nome che collega la famiglia Trump a Vladimir Putin è quello del “King of Diamonds” israeliano di origini uzbeke, l’oligarca Lev Leviev. Sul suo “curriculum” i giornalisti di Zembla inseriscono il traffico illegale di diamanti e denaro contante da Paesi africani; supporto economico al dittatore angolano José Eduardo dos Santos in cambio della proprietà delle più importanti miniere di diamanti del Paese e di un ruolo di spicco nell’unica organizzazione nazionale autorizzata alla vendita delle pietre preziose, la Ascorp; violazione dei diritti umani all’interno delle proprie miniere in Angola, con violenze e torture ai danni dei lavoratori; collegamenti con alti membri della 88 Queensway Group, gruppo di aziende cinesi e di Hong Kong nelle quali operano persone coinvolte in traffici illegali di armi e diamanti; sostenitore e finanziatore degli insediamenti israeliani in Palestina.

Leviev, che definisce Putin “un vero amico”, nel 2015 conclude un’operazione immobiliare multimilionaria con la famiglia Trump. Sua figlia Chagit, ai vertici dell’African Israel Investments negli Stati Uniti, gruppo di cui il padre è proprietario, vende a Jared Kushner, marito di Ivanka Trump e Consigliere Capo del Presidente degli Stati Uniti, l’ex palazzo del New York Times a Manhattan. Operazione multimilionaria festeggiata da Chagit Leviev con numerosi post su Instagram, social network sul quale ha più volte espresso il suo supporto alla Presidenza statunitense in quanto amica della coppia Trump-Kushner.

Twitter: @GianniRosini