Diceva Tolstoj: “Se i muri dei macelli fossero trasparenti, diventeremmo tutti vegetariani“. Parafrasandolo: se a Pasqua i signori con la bocca aperta e le gambe sotto il tavolo dovessero tener ferma la loro portata principale, cioè l’agnellino, mentre piange e si dimena prima di essere ucciso, a tanti si chiuderebbe lo stomaco. Ammazzare un cucciolo appena nato è molto difficile (e assurdo), mangiare carne arrosto è fin troppo facile. Scriveva, nel giugno del 2015, Papa Francesco nell’enciclica Laudato Si’: “È contrario alla dignità umana far soffrire inutilmente gli animali”. Pensiamoci a Pasqua (e durante tutto l’anno) se abbia senso questo massacro.

Un tempo, di carne se ne mangiava poca. Forse una volta al mese ed era un lusso. Con la gallina vecchia ci si faceva il brodo e il lesso. Non si buttava via niente e niente si scartava. Quasi un rispetto dovuto all’animale. Nessuno si professava vegetariano, di fatto tutti lo erano.

Mai come in questa epoca, mai come nei nostri paesi, c’è abbondanza e spreco di carne; mai come oggi c’è scarsa consapevolezza. I muri dei macelli sono opachi. I bambini credono che la carne derivi dal supermercato, direttamente confezionata.

I miei bambini e io abbiamo visto Food ReLOVution, un documentario da far girare in ogni scuola. Animali segregati,  ammassati, rimpinzati di mangime e antibiotici. Beh, si dirà: la carne fa bene, i bimbi devono crescere, le proteine sono fondamentali. Non si può traumatizzarli con questi discorsi, non si può farli sentire in colpa quando mangiano la carne. E perché no? Non si tratta di senso di colpa, ma di acquisizione di una coscienza ecologica: impareranno a ridurne il consumo, di sicuro a non sprecarla. Partendo dal fatto che il più grande rischio per la salute dei bambini occidentali sono le diete iperproteiche e ipercaloriche; considerando che in Italia un bambino su tre è sovrappeso o obeso, sicuramente una maggiore consapevolezza non può far male.

Inoltre, chiediamoci: esistono solo i nostri bambini nel mondo? L’82% dei bimbi che muoiono di fame vive in paesi dove cereali e legumi vengono coltivati e dati agli animali d’allevamento, per finire nei piatti degli occidentali.

A livello globale si produce più del cibo necessario per l’attuale popolazione mondiale, ma il 70% della terra coltivabile del pianeta è destinato alla produzione di carne: di questi, 470 milioni di ettari sono riservati alla coltivazione di cereali e leguminose per la produzione di mangimi. L’allevamento del bestiame, insieme all’industria del legname, è una delle cause principali della deforestazione nella regione amazzonica.

Un ettaro coltivato a cereali fornisce cinque volte più proteine di un ettaro destinato alla produzione di carne, i legumi ne forniscono 10 volte di più, i vegetali a foglia 15 volte di più e gli spinaci 26 volte di più (Ecocidio di Jeremy Rifkin, ed. Mondadori).

Quando vado nelle scuole e racconto quanta acqua serve a preparare un hamburger, i bambini strabuzzano gli occhi: 2400 litri di acqua per irrigare il terreno sul quale cresceranno cereali e legumi che diventeranno mangime. Secondo i dati Unesco, l’impronta idrica della carne bovina è da 15.000 litri fino a un massimo di 70.000 litri per 1 kg (dato rintracciabile anche nel libro di Elena Tioli, “Vivere senza Supermercato”, ed. Terranuova) mentre l’impronta idrica del grano è 1800 litri per 1 kg. La produzione di carne consuma quindi il 20/30% di tutta l’acqua del mondo. E così mentre per gli animali allevati in condizioni terribili si consuma uno sproposito d’acqua, 600 milioni di esseri umani rimangono all’asciutto.

Se l’impronta idrica della carne è devastante, non da meno è l’emissione di gas serraL’allevamento intensivo genera il 18% delle emissioni totali di gas serra nell’atmosfera. (dati Fao, 2006).

Allora mangiamo il pesce? sempre secondo la Fao a partire dagli anni ’50 si è assistito a un calo costante del potenziale di sfruttamento degli stock ittici marini, insieme ad un aumento dello stock classificato come ipersfruttato o esaurito. Questo a causa della nostra ingordigia, del nostro spreco e di un sistema di pesca industriale e devastante. A danno dell’ecosistema e delle popolazioni costiere dei paesi del sud del mondo, per le quali la pesca (sostenibile) era la tradizionale e principale risorsa.

Per superare queste assurde sperequazioni basterebbe boicottare gli allevamenti intensivi e ridurre al minimo (se non eliminare) il consumo di carne, pesce e latticini. Un’alimentazione diversa potrebbe solo giovare alla nostra salute, intossicata da decenni di alimentazione iperproteica, industriale e ipercalorica: sovrappeso, problemi cardiovascolari, tumori, sono malattie tipiche dei paesi ricchi (e inquinati).

Cominciare dalla rinuncia dell’agnello a Pasqua sarebbe già un piccolo grande gesto di umanità e ragionevolezza.