«Silenzio in sala!», si ode una voce mentre le luci cominciano a calare: «Ha inizio l’ultimo atto de La Cattoclinica». Per coloro che si fossero addormentati durante il precedente atto, essa non è una spassosa commedia teatrale, ma il religioso luogo dove ogni anno metto ruota per sostenere i rituali controlli antidoping, poiché è vietato fare del respiratore un originale narghilè: altrimenti verrei accusato di concorrenza sleale dai miei stessi colleghi di francesina – Sua maestà la distrofia di Duchenne.

Se nella scorsa puntata abbiamo scoperto il miracolo della vita all’interno dell’Immacolata clinica, presentato le Olimpiadi della Sofferenza e svelato le dinamiche del broccolamento, questa volta analizziamo i dilemmi da sofferente che la degenza porta con sé.

Data: 5 febbraio 2017; ore: 11; luogo: Costa Masnaga (LC), da non confondere con Costa Crociere; posizione Gps: Villa Beretta, da non confondere con peretta (benché è tra gli strumenti di piacere più utilizzati al suo interno).

Appena sbarcato, da buon degente mi reco nella mia stanza: entro e il mio compagno in carne e ossa non è presente, a differenza di quello in croce. Sempre lui ad attendermi, ma questa volta più in disparte. Mi sdraiano e il panorama che si staglia dal mio letto si compone di un muro bianco, un minuscolo televisore e subito dietro il crocifisso: che botta di vita! Oh ma guarda là dietro chi si cela: ti senti forse in colpa per lo scherzetto della febbre dello scorso ricovero o temi di perdere lo scettro del Sofferente? Perché il dilemma io lo pongo lo stesso: chi merita di più l’ambito scettro, lui per aver sofferto all’età di 33 anni su una croce o il sottoscritto che da 33 anni vive con lo status di sofferente?

Dopodiché il cattoricovero si è sviluppato come da programma, questo finché non si presenta la novità: il nuovo respiratore! Diffidente lo guardo e noto subito la sua più evidente qualità, perché quello che balza all’occhio è l’adesivo che raffigura il rinfrancante premio conquistato: il Reddot design award winter 2014, e scusate se è poco! Da qui ecco farsi spazio nei meandri del mio cervello il feroce dubbio: funzionerà a dovere o è solamente figo?

Dal dubbio la ruotata al dilemma è breve: meglio dipartire presto a causa di un respiratore malfunzionante ma da mozzare il fiato o dipartire molto più in là con un ottimo respiratore ma esteticamente orribile?

Mi sono quindi figurato il mio spauracchio venire alla luce: il respiratore che a tradimento smette di funzionare. La comunità medica dedita alla francesina definirebbe scientificamente così la situazione: mo’ so’ c…i! Partiamo dal nuovo respiratore e diamo per scontato (toccate ferro) che sia solo figo: sono in giro da solo e smette di darmi arie. Al che i passanti si fermano e chiamano i sanitari, qui non intesi come elementi che compongono i servizi igienici. Arrivano, le tentano tutte e poco prima di lasciare la casa terra, sento le loro voci: «Non c’è più niente da fare, questo ci lascia, però guardate che respiratore figo», allora un leggero sorriso di compiacenza troverà spazio sul mio viso. Perché queste so’ soddisfazioni…

Adesso prendiamo in considerazione un respiratore di ottime capacità, ma esteticamente orribile e immaginiamoci la situazione di cui sopra, con la differenza che il guasto si potrebbe verificare solo tra cinquant’anni. Arrivano i soccorritori e nell’attimo che precede l’aldilà sarò costretto a sentire queste terribili parole: «Sarà arrivato a 83 anni, ma quanto è orribile il suo respiratore. Come può essere stato felice con questo obbrobrio?», allora una lacrima solcherà il mio viso. Perché questa sì che sarebbe un’agghiacciante dipartita

Dirigiamoci ora all’ultimo dilemma: come in ogni degenza le varie navigazioni all’interno della clinica portano sempre lì. Perché se tutte le strade portano a Roma, qui tutti i corridoi portano dinnanzi a lei: più famosa di una certa Madonna e più considerata del più grande sofferente dopo il Big Bang, ecco a voi la beata Giovannina Franchi. Fondatrice della struttura e sempre al fianco dei sofferenti, sacrificio che le sta permettendo di fare carriera nell’aldilà: già beata, in futuro santa?

Dinnanzi al suo stendardo, in pianta stabile davanti agli ascensori principali, annualmente mi sorge spontaneo tal quesito: dacché sarò passato a peggior vita risulterò più beato io per aver trascorso l’intera esistenza da sofferente o la spunterà lei per aver dedicato l’intera vita ai colleghi che della sofferenza fanno virtù?