“Il tempo va, passano le ore e finalmente faremo…” ritorno alla Cattoclinica! Si invitano i gentili passeggeri a leggere con estrema tristezza il ritornello di cui sopra, in quanto si parla di Sofferenti, ma con la S maiuscola. Se il distinto Britti conclude trionfalmente la strofa con “faremo l’amore”, il sottoscritto si deve contentare di quello che passa il convento, che visto le immacolate di bianco vestite, casca proprio a pennello.

Nella clinica di concezione cattolica mi reco ogni anno per i rituali controlli antidoping, perché è vietato fare del respiratore un originale narghilè o utilizzarlo per fumare “maria”, sempre per tener fede al tema religioso, e come converrete non sarebbe corretto nei confronti degli altri francesini – i competitor made in distrofia di Duchenne.

Se lo scorso ricovero è stato caratterizzato dal barbaro rituale del tampone rettale, dalla concomitanza con il Family Day e dall’incontro con i santi, le beate, l’Immacolata “material girl” e il più celebre uomo in croce della terra, questa volta concentreremo l’attenzione sulle vere star del centro: i Sofferenti! Di questi ultimi ne troviamo un pot-pourri: si va dal modello con ictus o ischemia cerebrale a quello infartuato, passando per operati freschi di bisturi e da vari tipi di paresi. Dulcis in fundo la batteria delle malattie rare (qui più frequenti che mai), tra le quali troviamo la più trendy: la Charlie Chaplin della sofferenza, Sua Eccellenza la francesina.

Cominceremo il reportage analizzando il mistero della vita all’interno della clinica, dove va in scena una realtà parallela a quella in onda là fuori. Se all’esterno il più figo è il più bello e il più ricco, all’interno è il più grave e il più sofferente. Questo a sua volta origina le gerarchie interne: l’infartuato leggero per esempio si guarda bene dall’intrattenersi con una vittima di ictus, così come questa evita di conversare con un collega messo peggio (tradotto: si è mai visto un colletto bianco intrattenersi con un clochard?).

Se all’esterno il tempo è frenetico e la frase tipica per tagliar corto è “Non posso, ho troppe cose da fare”, all’interno il tempo è incredibilmente infinito e la frase tipica per andare per le lunghe è “Che noia, non c’è niente da fare”. Mentre assisto a questa conversazione, mi si accende la lampadina: per ingannare il tempo, perché non organizzare le Olimpiadi della Sofferenza? Il motto è presto fatto – “L’importante non è vincere, ma soffrire” – e anche l’inno – “Ahi ah ah aia”. A differenza delle vere Olimpiadi gli atleti rappresentano le varie disgrazie, mentre le discipline sono competizioni di carattere ospedaliero.

Mi spiego meglio: il salto in alto viene così sostituito dal sollevamento dalla carrozzina. Conquista l’oro chi si alza nel più breve tempo possibile; anziché la 110 m a ostacoli il corridoio a ostacoli: due degenti gareggiano e gli ostacoli sono i Sofferenti più immobili; al posto della maratona la corsa al pasto: l’oro a chi per primo raggiunge il posto assegnatogli a tavola.

Attualmente la chiamata avviene per mezzo di un infermiere che suona il campanellino, alla stregua di un pastore, e tutte le pecore/degenti si lanciano a velocità da lumaca lenta alla conquista dell’ottimo cibo (il campanello sostituisce la pistola per dare il via alla maratona). Infine a sostituire la ginnastica con il letto volante: conquista l’oro chi si esibisce nelle più spericolate evoluzioni con il letto, utilizzando l’apposito telecomando.

Concludiamo descrivendo le dinamiche del broccolamento – l’arte di attaccar bottone con l’altro sesso – all’interno dell’Immacolata clinica. Titolo: “La breve storia del bruto a 4 ruote e della bella carrozzata”. In sala delle macchinette il bruto avvista la sua preda, più grave di lui. Si avvicina e si fa “bello” aiutandola a districare il mezzo per guadagnare l’uscita, arrivati in corridoio lei lo ringrazia e il marpione consumato ne approfitta per presentarsi. Da vero conoscitore delle dinamiche interne chiede alla bella il motivo della sua sofferenza, al che lei non può esimersi dal chiedere la di lui sofferenza. Il bruto allora le parla della sua malattia rara, ma per farla infatuare affonda il colpo aggiungendo con charme: «Poi soffro di apnee notturne!». La bella lo guarda, ancora non è chiaro se con ammirazione o compassione. Ma a rovinare tutto arriva l’ascensore e le loro strade si dividono: sarà per sempre o un giorno si rincontreranno? Chissà, ma intanto ottimismo: e vissero felici e contenti!
Prosegue…