La notizia rivelata da Laura Margottini sul Fatto Quotidiano, che il ministro Marianna Madia ha copiato parti rilevanti della sua tesi di dottorato – 4000 parole – e altri blocchi delle sue pubblicazioni scientifiche, ha suscitato reazioni caute. Dopo due giorni è arrivato l’appello di alcuni importanti professori di Libertà e Giustizia, da Salvatore Settis a Gustavo Zagrebelsky, ma dentro l’accademia e in Parlamento tutto tace. Anche i grandi giornali e i talk show, che pure hanno dedicato paginate ed editoriali ai ministri “copioni” di altri Paesi, trattano il tema nelle brevi. Il Corriere della Sera, senza dare spazio alle contestazioni, si è assunto il ruolo di giornale della difesa, dando voce prima al direttore dell’Imt Pietro Pietrini e poi al supervisore della Madia nel dottorato, il professor Giorgio Rodano.

In questi giorni in molti, colleghi e amici, mi hanno rivolto la stessa domanda: ma è davvero così importante? Perché vi accanite su un dettaglio marginale? Quello che conta non è forse soltanto se la Madia è un bravo politico e un ministro che porta risultati?

Provo quindi a rispondere alle obiezioni. Il primo punto è di principio: il ministro Marianna Madia ha dato il nome a una riforma che, tra le tante cose, vuole stroncare il fenomeno dei “furbetti del cartellino” che tanto continua ad appassionare quegli stessi talk show così prudenti sulla tesi copiata. Ricordiamo tutti l’impiegato del Comune di Sanremo che timbrava in mutande per poi fare altro. Forse qualcuno all’epoca ha obiettato che la polemica era sterile perché magari quel giorno aveva commesso una leggerezza, ma bisognava stabilire se di norma era un bravo impiegato o un pasticcione? C’è qualcuno che ha chiesto una sospensione del giudizio per analizzare prima che cosa aveva da fare di preciso quel giorno dopo aver timbrato? O se magari stava timbrando in modo indebito solo per recuperare ore di straordinario non pagate?

Giustamente il comportamento del “furbetto” ligure è stato censurato perché giudicato inaccettabile, riassumendo l’intera carriera di quell’impiegato in un unico gesto. Se quel giorno ha timbrato in mutande, come si può dargli il beneficio del dubbio sul resto del suo percorso professionale? Ecco, io penso che dal ministro della Funzione pubblica bisogna pretendere una correttezza superiore, o almeno pari, a quella che si richiede all’ultimo dei dipendenti dello Stato. Se si può giudicare un impiegato da una timbratura in mutande, deve anche essere legittimo valutare l’etica e la correttezza di un ministro dalla sua tesi di dottorato.

Secondo punto, quello personale. Marianna Madia completa il suo dottorato nel 2008, dopo essere già stata eletta parlamentare della Repubblica, scelta come capolista per il Pd di Walter Veltroni. La tempistica non è un dettaglio: per molte persone normali, il dottorato è una cosa importante, totalizzante, il culmine di un percorso di formazione durato tutta la vita (fino a quel punto) e la base per tentare una successiva carriera accademica. E’ il momento in cui si smette di essere studenti per diventare ricercatori. La Madia lo ha completato mentre faceva campagna elettorale e si impratichiva nel non facile mestiere di deputata.

Le persone normali faticano a fare una sola di queste due cose – studiare e lavorare – lei sembrava esserci riuscita con disinvoltura. Questionare la correttezza del dottorato significa discutere anche la legittimità del suo percorso politico: ha copiato per fare più in fretta, perché doveva fare politica? E l’Imt l’ha agevolata perché era già una parlamentare importante? E non è un vantaggio competitivo scorretto quello di fare una tesi di discutibile qualità per dedicarsi meglio alla politica? Domande a cui soltanto l’Imt di Lucca potrebbe dare una risposta, se decidesse di aprire un’inchiesta interna. Cosa che per ora non vuole fare, preferendo mettere a rischio la propria reputazione accademica pur di non creare problemi alla sua ex allieva più illustre.

C’è un altro aspetto personale: in questi anni la totale inesperienza del ministro Madia all’inizio della sua carriera politica ha lasciato molti perplessi. Soprattutto quando è diventata ministro, prima con Matteo Renzi e poi con Paolo Gentiloni. Il dottorato era un argomento da esibire per ribattere alle accuse di inadeguatezza. Di certo non basta, ma almeno è prestigioso. Ora che sul Fatto Quotidiano Laura Margottini, confortata dai riscontri di analisi indipendenti di esperti internazionali, ha dimostrato che la sua tesi non rispecchia gli standard internazionali del settore e sconfina nel plagio, cosa resta in quel curriculum? Una laurea in Scienze politiche e qualche esperienza con l’Arel, il centro di ricerca guidato da Enrico Letta. Un po’ poco per fare il ministro. La domanda quindi è a Renzi e Gentiloni: sulla base di quali valutazioni le avete affidato un Ministero così importante? Mistero.

Molti dicono: “Dov’è lo scandalo? Così fan tutti”. Non è un’obiezione che merita grandi risposte. Proprio la diffusione di questi comportamenti rende l’atmosfera del Paese così tossica che chiunque rifiuta di adattarsi preferisce fuggire, piuttosto che vedersi sempre scavalcato e deriso per aver tentato di rispettare regole che altri disprezzano. In altri Paesi, come la Germania o la Gran Bretagna, i ministri si dimettono anche per molto meno, talvolta per peccati veniali. Perché chi è al vertice deve anche guidare con l’esempio, non soltanto con le parole o le leggi. Bisogna dare il segnale al Paese che c’è almeno una sanzione morale per i comportamenti scorretti. Mentre quelli apprezzabili vanno premiati.

Fare il contrario, cioè premiare le violazioni delle regole, assicurare l’impunità ai trasgressori e prendersela con chi le regole le rispetta o denuncia le irregolarità, ha come unico effetto di minare le fondamenta su cui si regge quel fragile patto che è la convivenza civile. E aumentare quel cinismo e quella sfiducia nella vita pubblica che stanno corrodendo lo Stato, le istituzioni e alla fine la qualità della vita di tutti noi.