La brutta vicenda dello stadio della Roma (non di Roma, bensì di un soggetto privato ben preciso), si è conclusa male come era cominciata. Si è conclusa male perché ancora una volta ha vinto l’urbanistica contrattata (ossia quella che “si manifesta ogni volta che l’iniziativa delle decisioni sull’assetto del territorio non viene presa per l’autonoma determinazione degli enti che istituzionalmente esprimono gli interessi della collettività, ma per la pressione diretta, o con il determinante condizionamento, di chi detiene il possesso di consistenti beni immobiliari“), in cui è il privato a proporre e il pubblico ad assentire.

Ormai, chi governa le città ha abdicato al suo ruolo di regista e si limita a ratificare decisioni di carattere privato che spesso contrastano con l’interesse pubblico. Nel 2014 partecipai a un convegno a Genova sul consumo di suolo e in quell’occasione esaminai le modifiche al piano regolatore apportate a Torino, quasi tutte su richiesta di privati. Bene, mi accorsi che ne erano state approvate più di 300, più di una al mese da quando il piano era stato adottato.

È del tutto evidente che questo modo di operare poi porta ad avere città che assomigliano a un puzzle più che a un disegno organico e funzionale. Roma ne è un esempio lampante con la sua crescita disordinata, incurante della tutela del bene primario, il suolo, incurante dei benefici per chi la abita. Una bellissima lettera, pubblicata su Eddyburg da parte di 25 docenti francesi, ricercatori ed esperti delle questioni urbane che evidentemente conoscono bene la Capitale e sono preoccupati della sua rovina, (seppur scritta prima del recente ridimensionamento del progetto), fotografa bene la situazione.

Innanzitutto la lettera lamenta le dimissioni forzate dell’assessore all’Urbanistica Paolo Berdini, che si è sempre battuto contro la speculazione e gli interessi privati. “Sono questi stessi gruppi che, nonostante la lunga fase di stagnazione economica e demografica della città di Roma, hanno continuato a costruire enormi “cattedrali” abitative e commerciali nel cuore dell’agro romano: tra il 2001 e il 2013, 38 nuovi centri commerciali sono stati creati, per lo più in zone già maltrattate da decenni di speculazioni edilizie”. E poi: “Il progetto del nuovo stadio contribuisce a dare ancora una volta l’immagine di una città che continua  a costruire il nuovo lasciando marcire il vecchio, le sue strutture urbane, le sue periferie, gli stadi: Roma ha già due stadi. Nonostante il cattivo stato di manutenzione, potrebbero entrambi divenire l’oggetto di trasformazioni innovative con costi e tempi contenuti”. E infine: “Per gli esperti in questioni urbane come per i semplici visitatori che atterrano a Fiumicino, il paesaggio che si dipana lungo il tragitto dall’aeroporto alla stazione Termini è la dimostrazione lampante del degrado delle periferie romane, in totale contrasto con lo splendore della città antica, rinascimentale e barocca: è un paesaggio fatto di palazzi e spazi pubblici abbandonati, cimiteri di gru, stazioni fantasma, passerelle che minacciano di crollare, strade distrutte, cumuli di immondizia. In questo contesto, un’azione pubblica rivolta al bene comune non può avere come punto cardinale il favoritismo verso la costruzione di un nuovo stadio di calcio, che soddisferà in primo luogo le ambizioni del manager di un hedge fund statunitense associato a uno dei più potenti gruppi di costruttori italiani.”

Certo, si dirà, ora il progetto è stato ridimensionato dalla giunta, ma ciò non toglie che abbia vinto ancora una volta la famigerata urbanistica contrattata, mascherata vergognosamente sotto il termine di “pubblica utilità”. Si è transatto: “Volevi 100? Ti do 50”. Non è la vittoria della città, ma un ridimensionamento degli interessi privati. “Aumenta l’impermeabilizzazione del suolo spalmando intorno al catino dello stadio 18 palazzine (…) Si lima la cubatura complessiva. Questa continua a eccedere per oltre il doppio quanto il piano prevede”.

E tra l’altro l’impressione netta che si ricava alla fine è che se si fosse sentita la voce degli iscritti al M5S la decisione di costruire uno stadio a Tor di Valle sarebbe stata bocciata. E la conclusione cui si giunge è che nel caso non si sia data voce al web perché era scomodo. In compenso, però, sentiamo un’altra voce, quella della sindaca pentastellata Virginia Raggi che annuncia al telefono al presidente della Roma, James Pallotta, il via libera al progetto definitivo per il nuovo stadio nella zona di Tor di Valle. “Il progetto ci piace e non vediamo l’ora di cominciare a lavorare insieme”, dice Virginia Raggi in questo video postato su Facebook dai Cinque stelle di Roma.

Quindi la Roma avrà il suo stadio. E la Lazio, poverina? Cosa farà la giunta di fronte alle richieste di par condicio invocate dal presidente Lotito per costruire “lo stadio delle aquile, questa volta vicino alla Tiberina, ma sempre in area a rischio idrogeologico? “Ci saranno tre campi da calcio, uno da baseball, uno da rugby, uno da football , uno per l’hockey su prato, sei campi da tennis, una pista di atletica leggera, quattro piscine di cui tre olimpioniche e un palazzetto per il basket e il volley. Tutto rose e fiori? No, anche cemento: uffici per il club e museo della Lazio, ma soprattutto un centro commerciale su due piani, ristoranti, un cinema, negozi e poi un albergo a 4 stelle e 25 ettari per un parco giochi che potrà diventare area concerti. E per arrivarci? Macchina, treni e addirittura battelli sul fiume”.

Cosa accadrà? Si siederà la Raggi al tavolo delle trattative per accordarsi?