Il Movimento Cinque Stelle è il primo partito in Italia, ha anche buone possibilità di essere incaricato di formare un governo nel 2018. Per questo dovrebbe sciogliere alcune ambiguità, che sono tollerabili da un partito di novizi all’opposizione ma non da una potenziale forza di governo. Per esempio l’atteggiamento verso le questioni di regole e mercato. Come ho spiegato ieri in un altro post, in vicende come quelle di ambulanti o tassisti il compito dei partiti non dovrebbe essere di schierarsi come tifosi allo stadio ma di valutare gli interessi contrapposti e proporre una sintesi ragionata. Gli elettori saranno poi liberi di scegliere il mix di politiche che ritengono più coerente con le proprie priorità e valori.

Valutare le posizioni dei Cinque Stelle è invece francamente difficile. Negli ultimi tre giorni si sono schierati – a cominciare dal sindaco di Roma Virginia Raggi – a difesa dei tassisti in nome di una presunta “legalità” (stabilita con un emendamento notturno a un decreto Milleproroghe nel 2008 analogo a quello contestato nel 2017). Contro Uber, contro le multinazionali, contro la tecnologia che distrugge lavoro e a difesa dell’economia reale, tangibile e votante dei tassisti.

Oggi, invece, sui social network e nelle agenzie è un fiorire di dichiarazioni a difesa di FlixBus, cioè l’equivalente di Uber nel mondo del trasporto su gomma a lunga distanza. “Passa un’altra norma che danneggia i cittadini e gli utenti. Appena nasce un’iniziativa commerciale che va incontro alle esigenze dei cittadini, il governo fa di tutto per boicottarle”, dice una deputata M5S, Mirella Liuzzi. Le stesse parole di chi difende gli Ncc dall’offensiva lobbistica dei taxi. E poi la denuncia di un altro parlamentare pentastellato, Diego De Lorenzis: la norma sembra frutto di  una “attività di lobby”  fatta “dall’Associazione nazionale autotrasporto e dal suo presidente che tra l’altro è anche l’ad di un’azienda di trasporto interregionale”.

Facciamo un passo indietro per capire: FlixBus è un’azienda tedesca nata nel 2013 che applica agli autobus un modello simile a quello di Uber con gli Ncc, ha alcuni bus di proprietà soprattutto riesce a far lavorare in network piccole aziende di trasporto locali: dalla Germania pianificano le tratte, gestiscono l’amministrazione, fissano gli standard di qualità, a livello locale poi i bus trasportano i passeggeri. Le aziende diventano partner perché – pur lasciando a FlixBus una parte consistente dei ricavi – accendono a un mercato più ampio e a nuovi clienti. In Italia FlixBus si è fatta notare offrendo corse a prezzi low cost, anche un euro a tratta.

Alcuni deputati pugliesi – del gruppo Cor di Raffaele Fitto (pugliese) – hanno presentato un emendamento che limita l’autorizzazione a operare ai raggruppamenti di impresa che hanno una capogruppo con il trasporto come attività principale. Un vincolo burocratico che ha il solo scopo di bloccare FlixBus a beneficio di aziende concorrenti care ai parlamentari autori dell’emendamento. Comincia subito una campagna di ordini del giorno e dichiarazioni per chiedere al governo di rimediare e per impegnare i partiti a correggere il misfatto. “La ratio è quella di azzoppare un concorrente solo perché dà fastidio a qualcuno”, dicono i Cinque Stelle.

Ora, capiamoci: cari amici Cinque Stelle, le liberalizzazioni funzionano così. Si riduce il benessere di pochi – i titolari di rendite di posizione frutto di concessioni, accordi privilegiati, monopoli garantiti dalla legge – aumentando la concorrenza che di solito fa scendere i prezzi. Se il tutto è ben costruito, si arriva a soluzioni win-win: più servizi, prezzi più bassi, nuovi posti di lavoro. Lo dimostra proprio la liberalizzazione nel settore dei bus. Se le fasi di transizione dal mercato protetto a quello aperto sono mal congegnate, si rischia di sostituire un monopolio legale con una posizione dominante frutto di dinamiche di mercato che poi porta a tentazioni di abuso.

E non nascondiamoci dietro l’argomento che i tassisti sono servizio pubblico e i bus no. Sono capziosità da burocrati, non argomenti politici: i tassisti si ricordano di essere servizio pubblico quando vogliono rivendicare protezione e tutelare le proprie rendite, ma rivendicano la natura imprenditoriale del proprio lavoro quando vogliono rivendere le licenze, considerate con un bene privato invece che pubblico, o quando decidono di scioperare “spontaneamente” in barba a tutte le tutele degli utenti e quando manifestano una certa disinvoltura fiscale che è preclusa chi lavora per il pubblico.

La verità è che i Cinque Stelle in questi giorni si sono comportati come tutti gli altri partiti: pronti a difendere chi vota per loro (il “popolo” dei tassisti da proteggere dalla globalizzazione) ma anche reattivi a cercare i voti di chi viaggia in bus, visto che in quel caso le vittime della globalizzazione, delle multinazionali, della concorrenza liberista sono elettori altrui (nello specifico di Fitto). Per parafrasare il solito Stefano Ricucci, sono liberalizzatori coi voti degli altri.

In queste vicende i decisori politici hanno due opzioni: la coerenza ideologica o il pragmatismo argomentato (“data driven”, direbbero gli economisti). Scegliete. La seconda opzione è decisamente quella auspicabile. Ma la terza, cioè una ideologica incoerenza, è senza alcun dubbio la peggiore.