di Carblogger

Travis Kalanick, ceo di Uber, si è dimesso da consigliere dell’amministrazione Trump dopo che oltre 200.000 persone avevano cancellato dal proprio smartphone l’applicazione californiana di taxi privati. Uber aveva aumentato i costi delle sue corse all’aeroporto JFK di New York il 27 gennaio scorso, nel giorno del “Muslim ban” di Trump, contro il quale l’associazione degli autisti professionisti e il sistema di trasporto AirTrain si erano fermati per protesta.

Uber è stata messa sotto da una campagna, #DeleteUber, spingendo Kalanick, statunitense di origini ceche e austriache da parte di padre, a mollare Trump in nome del business. Anche perché il concorrente Lyft aveva preso una posizione contraria al “Muslim ban” annunciando una donazione di 1 milione di dollari in quattro anni alla American Civil Liberties Union.

Uber è stata costretta a una scelta di campo contro Trump che molte società della Silicon Valley hanno fatto invece subito e liberamente, da Facebook a Google, da Netflix a ChorusElon Musk, nato in Sudafrica, è invece rimasto dalla parte di Trump, consigliere principe del presidente. Non ho visto segnali per un boicottaggio di Tesla, ma – pur essendo un ammiratore del modello di business di Musk, un Davide a zero emissioni contro il Golia dell’industria dell’auto tradizionale – appoggerei una campagna di consumatori contro l’acquisto di auto del marchio perché Musk abbandonasse Trump.

Il boicottaggio, come è accaduto con Uber, funziona. Anche se è meglio puntare sugli anticorpi della democrazia americana, che funzionano ancora meglio, come si sta vedendo nel braccio di ferro fra Trump e alcuni giudici.

A Detroit, la Ford di Mark Fields e Bill Ford si è schierata contro Trump, sostenendo che il “Muslim ban” va “contro i nostri valori”. La Gm ha mandato subito una nota interna con cui l’azienda si è detta pronta ad aiutare i propri dipendenti, anche se il ceo Mary Barra, membro dello Strategic and Policy Economic (lo stesso da cui si è dimesso Kalanick), nella riunione di venerdì non ha osato alzare la voce.

Delle tre di Detroit, solo la Fiat Chrysler non ha detto nulla sul “Muslim ban”. Marchionne tace: se anche fosse sotto ricatto per l’inchiesta dell’Epa e del Dipartimento di giustizia sulle emissioni, da consumatori e da cittadini del mondo ci piacerebbe sapere da che parte sta.

@carblogger_it