Popopò. Queste tre sillabe sono l’intro dello storico jingle che il maestro Pippo Caruso nel secolo scorso ha scritto per Sanremo. Sì, quel jingle lì, quello che chiosa con l’ormai classico “Perché Sanremo è Sanremo”. Tutto vero. Sia il popopò che il Sanremo è Sanremo. E Sanremo è Sanremo anche in virtù di certi riti, che si ripetono da quasi settant’anni. Uno di questi riti è la pubblicazione dei testi su Tv Sorrisi e Canzoni, nel numero che presenta la imbarazzante foto con tutti i protagonisti, foto che ci riproietta in maniera clamorosa negli anni Ottanta, fatto che spinge chi scrive a correre in bagno cercando il Topexan.

I testi di Sanremo. Ogni anno ce lo ripetiamo, come un mantra. I testi delle canzoni non sono poesie, andrebbero ascoltati direttamente con la musica, durante l’esecuzione delle canzoni. Ma poi ci ritroviamo qui a leggerli, anche noi che le canzoni le abbiamo già sentite, e a commentarli. E sul fatto che non siano poesie, ovviamente, non abbiamo dubbi.

Anche se quest’anno i testi provano a stupirci. Non perché di colpo siano diventati belli, state sereni, ma perché, o tempora o mores, non parlano più di tanto d’amore. Con debite eccezioni, ovviamente, a partire dalla canzone di Elodie, che di amore parla talmente tanto da ripetere la famosa parolina che fa rima con cuore qualcosa come ventotto volte. Altro che mantra. Il testo di Tutta colpa mia, per altro, la canzone della rosacrinuta seconda classificata ad Amici, presenta una delle frase top di questa edizione: “Come solo due sguardi/ sanno tenersi la mano”.

Ma non è certo Elodie a meritare il premio di testo peggiore della covata. Qui si tratta di un lavoro certosino, un ravanare nel torbido, un lavorare sulle sfumature. E se il premio “e grazie al cazzo” lo vince Chiara con i versi “Si torna sempre dove si è stati bene”, e il premio “come fosse Antani” va al solito Francesco Gabbani col suo Occidentali’s Karma che spara, tra gli altri versi, un “Lezioni di Nirvana/ c’è il Buddha in fila indiana”, non possiamo non soffermarci su versi quali “A me capita con te di non vedere le stelle cadere/ ma nascere”, contenuti in Togliamoci la voglia (titolo peggiore dei 22) di Raige e Giulia Luzi, con buona pace di Stephen Hawkings, o “Ho guardato nell’abisso di un mattino senza alba”, Oscar al cripticismo contenuto nel testo Il diario degli errori di Michele Bravi. Niente amore, quindi, ma tante supercazzole e frasi poco dotate di senso.

Va beh, ma il testo più brutto? Nel senso, hai fatto cenno a un testo che meritava di essere menzionato come il top del top, qual è? Ecco, quest’anno è a Alessio Bernabei che va il premio che l’anno scorso fu di Lorenzo Fragola. Un po’ un premio di riparazione, tipo The Revenant per DiCaprio, perché Noi siamo infinito era di una devastante bruttezza, un po’ per l’ostinazione a occuparsi di massimi sistemi, visto che l’anno scorso c’era l’infinito e quest’anno l’universo, un po’ perché i versi “Stanotte ho aperto uno spiraglio nel tuo intimo/ Non ho bussato però sono entrato piano” sono già diventati un classico. Roba da far impallidire le 50 sfumature di grigio. Lui che oops, si fa largo non invitato. Un testo, per altro, anche un po’ ambiguo, perché non si capisce se glielo appizza, o se, nella più classica tradizione dei trombamici, ha approfittato del sonno profondo della ragazza in questione. Lui a distrarla cantando, dice nei versi successivi, a dimostrazione che non deve essere stato esattamente un ingresso trionfale di quelli che restano nella memoria. Ma ben venga un Bernabei orgoglioso del suo pistolino. Anzi, potrebbe diventare una sorta di campagna tipo Freethenipple: Freethedick. Pensateci, il testimonial già ce l’avete e ha pure il ciuffo.