Tre centri d’accoglienza, quasi duemila ospiti, un bilancio a sette zeri e più di un’indagine della magistratura. E poi quell’appellativo che la stampa locale utilizza ormai da tempo: “la coop pigliatutto” la chiamano. Perché se in Nord Est c’è un società leader nel settore dell’accoglienza dei migranti quella è la cooperativa Ecofficina Edeco di Padova. È Ecofficina, infatti, a gestire il centro di prima accoglienza di Cona, in provincia di Venezia, finito al centro delle notizie di cronaca nelle ultime ore a causa della rivolta scoppiata in seguito alla morte della giovane Sandrine Bakayoko.

Le origini, lo smaltimento rifiuti e la primavera Araba 
Sulla vicenda è in corso un’indagine della procura di Venezia, al momento a carico di ignoti, mentre il nome della coop è tutt’altro che sconosciuto per gli altri uffici inquirenti della zona, dove negli ultimi mesi sono state aperte ben tre inchieste: truffa, falso e maltrattamenti le ipotesi di reato avanzate dai magistrati di Rovigo e Padova nei confronti dei vertici della coop. Ma andiamo con ordine. Tra i colli Euganei, infatti, il nome di Ecofficina è noto da tempo: almeno dal 2011 quando, come racconta il Corriere del Veneto, la coop nasce grazie alle quote di Padova Tre, la società che nella zona si occupa di rifiuti. In origine si chiamava Ecofficina Educational e il suo obiettivo era fornire personale alle varie strutture dalla bassa padovana. Il 2011, però, è anche l’anno della primavera Araba: le coste del Sud Italia si riempiono di esuli arrivati dal Nord Africa e il sistema d’accoglienza è al collasso. È in quel periodo che in tutto il Paese nascono nuove associazioni e nuove società per gestire lan nuova ospitalità made in Italy.

Ecofficina: un bilancio decuplicato in quattro anni
Anche i vertici di Ecofficina decidono di entrare nella gestione dei migranti e in breve tempo vedono esplodere il loro fatturato. Secondo il Mattino di Padova, il primo bilancio, quello del 2011, è di appena 114 mila euro: appena due anni dopo supera il milione, per salire poi a 2 milioni e 369 mila euro nel 2014 e addirittura sfiorare i 10 milioni nel 2015, con un utile di 441 mila euro, praticamente raddoppiato in soli dodici mesi. Cifre giustificate dal fatto che Ecofficina riesce ad aggiudicarsi nel frattempo la gestione di importanti strutture dedicate all’accoglienza: Bagnoli a Padova, Cona a Venezia, Oderzo a Treviso. Complessivamente si parla di quasi duemila ospiti. Fino a settembre scorso, poi, la coop gestiva anche l’ex caserma Prandina di Padova. Qui, alle porte del centro storico del capoluogo euganeo, per circa quattordici mesi sono transitati centinaia di profughi. Troppi. Tanto che a fine estate 2015 la prefettura fu costretta a trasformare la tendopoli in un insediamento con moduli prefabbricati. È in questo modo che Ecofficina si è guadagnata sul campo l’etichetta di “coop pigliatutto” del Veneto.

La cacciata da Confcooperative: “Fanno troppo business”-
Quei bilanci a otto cifre, però, non sono piaciuti ai vertici di Confcooperative, che nel settembre scorso hanno sospeso la società perché faceva “troppo business“. Emblematiche le parole di Ugo Campagnaro, presidente regionale di Confcooperative: “Non esiste una legge che impedisce di ospitare e gestire centinaia di profughi in un’unica struttura. Questo però è un sistema che non risponde alle logiche della buona accoglienza, della qualità dell’intervento, dell’integrazione e della relazione. Si tratta invece di un modello che guarda soprattutto al business. E, per tutte queste ragioni, vogliamo prendere le distanze da questo soggetto e dalla maniera in cui opera”.

Il legame con Padova Tre e la Parentopoli: da Ncd ai Ds
Nel frattempo la cooperativa aveva cambiato nome – ora si chiama Ecofficina Edeco – mantenendo invariata la dirigenza: il presidente è sempre Gaetano Battocchio mentre l’amministratore delegato è Sara Felpati, moglie di  Simone Borile, ex presidente del Consorzio Padova Sud e vicepresidente della controllata Padova Tre, la società che si occupa di rifiuti dal quale era nata la stessa coop: per il Mattino di Padova si fa segnalare anche perché “a tratti assume i connotati di un album di famiglia“. A Padova Tre lavorano o hanno lavorato- tra gli altri – Francesca Degani,  sorella di Barbara, ex presidente della provincia e sottosegretario all’Ambiente con il Nuovo Centrodestra, ma anche Emiliano Manzato, figlio di Sergio, ex deputato dei Ds e sindaco di Stanghella. E poi una pletora di parenti di politici locali: mogli, figli e cognate di assessori, vicesindaci, consiglieri comunali di destra, sinistra e centro: praticamente una Parentopoli bipartisan quella tracciata dal quotidiano euganeo all’interno della società che si occupa di rifiuti e che fino a poco tempo fa gestiva anche i centri d’accoglienza nella zona. L’unione tra Padova Tre e Ecofficina, infatti, si conclude  nel 2014 quando la coop diventa autonoma, ma i legami tra le due società sono finiti comunque al centro di un’inchiesta del pm di Padova Federica Baccaglini su un buco in bilancio da 30 milioni di euro. Addirittura nel novembre scorso gli uomini della guardia di finanza sono arrivati a perquisire gli uffici di Ecofficine per un sospetto scambio di denaro tra le casse della coop e quelle della società di raccolta rifiuti.

Le altre indagini sulla coop: truffa, falso e maltrattamenti 
Non è l’unica indagine che ha colpito i vertici della cooperativa. A maggio 2016, infatti, era stato aperto un fascicolo per truffa e falso. Secondo l’ipotesi al centro degli accertamenti, per provare la “pluriennale esperienza nel servizio di accoglienza”, funzionale all’aggiudicazione di un appalto per l’accoglienza nel comune di Due Carrare, sempre in provincia di Padova, sarebbe stata modificata una data in alcuni documenti ufficiali. Nel registro degli indagati è finito anche il nome di Tiziana Quintario, funzionaria della Prefettura, la cui figlia viene indicata dai giornali locali come ex dipendente della coop. Poche settimane prima, nell’aprile del 2016, i carabinieri avevano perquisito la sede di Ecofficine nell’ambito di un’indagine per presunti maltrattamenti. Quell’inchiesta era nata da una segnalazione che denunciava cibo di scarsa qualità distribuito agli ospiti delle strutture gestite dalla coop, angherie, soprusi e nessun corso di alfabetizzazione organizzato per fare studiare l’italiano ai migranti.

L’interrogazione parlamentare: “Assistenza sanitaria inadeguata, situazione può degenerale”
Praticamente gli stessi problemi denunciati nel dicembre scorso da Giovanni Paglia, il deputato di Sinistra Italiana che per primo si è occupato del centro di Cona. “Le condizioni di alloggio, limitate di fatto a tende di diverse dimensioni, sono caratterizzate da sovraffollamento e condizioni ambientali estremamente disagiate”, scriveva il deputato in un’interrogazione parlamentare depositata dopo un’ispezione nell’ex base missilistica in provincia di Venezia. Un atto indirizzato all’ex ministro dell’Interno Angelino Alfano in cui Paglia segnalava tra l’altro “la difficoltà di garantire assistenza sanitaria adeguata” ai quasi 1.500 ospiti del centro e “il rischio che una simile situazione possa degenerare in qualsiasi momento”.  Parole che oggi – dopo la morte della giovane ivoriana e la successiva rivolta dei migranti – appaiono quasi profetiche.