Del 2016 ricorderemo una serie di eventi che potrebbero aver sancito la fine del mondo politico così come lo conosciamo. La Brexit e l’affermazione di Donald Trump sono l’apripista su scala globale di una tendenza che aveva visto nella vittoria di Tsipras e nel parziale successo di Podemos e del M5S i loro antesignani. Il 2017 promette di non essere diverso.
È il momento populista. Forze e volti politici che escono dal “business as usual” ottengono risultati inaspettati. La loro apparizione riconfigura le geometrie politiche nazionali, mettendo in crisi fedeltà ideologiche apparentemente sedimentate. Si tratta di progetti che fanno dell’antagonismo politico la loro principale caratteristica. ‘Noi’ contro ‘loro’: discorsi polarizzanti che mettono sul banco degli imputati una minoranza sociale che frustra le aspirazioni di una maggioranza. Non è un fuoco di paglia: la possibilità che questa finestra si protragga è data soprattutto dalla durezza della crisi che investe il mondo occidentale. Questa materialità rende improbabile che gli attori politici ‘seri’ e ‘responsabili’ riescano nel breve periodo a riassorbire il malcontento.

In Italia, questa situazione assume dei connotati specifici. Sono in particolare le giovani generazioni a rifiutare di identificarsi con le forze politiche a cui invece continuano ad affidare le proprie sorti nonni e genitori. I conti non tornano più: ragazze e ragazzi cresciuti con l’aspettativa di una vita da classe media vedono lentamente scivolar via quella prospettiva, dovendo ricorrere ai risparmi familiari o all’emigrazione per rimediare alle penose ristrettezze dei voucher o di stage malpagati. Questo conflitto generazionale – che tuttavia non è l’unica chiave di lettura possibile della situazione attuale – ha trovato il suo riscontro nell’esito referendario, in cui il vecchio travestito da nuovo è uscito pesantemente punito dai millenials, insieme al suo perverso disegno di fare dei giovani italiani i camerieri d’Europa e di relegare il nostro paese a uno Stato periferico.

Tuttavia, l’affermazione di progetti populisti che si oppongono allo status quo non è di per sé sufficiente ad assicurare un miglioramento delle condizioni di vita dei settori più vulnerabili. Un esempio viene proprio da Trump: oltre all’indecente repertorio razzista e sessista messo in scena durante la campagna, la sua promessa di mettere il guinzaglio a Wall Street è stata presto smentita dalla nomina dell’investitore targato Goldman Sachs Steven Mnuchin a capo del Tesoro statunitense. Così come resta da capire cosa di buono possa venire da un Segretario di Stato come Rex Tillerson, amministratore delegato di ExxonMobil. La percezione crescente che qualcosa non vada più, rischia perciò di essere veicolata da progetti regressivi. Il fatto è che non c’è uno sbocco populista unico: l’orientamento dipenderà dalle relazioni di forza che si stabiliscono nei diversi contesti e dalle posizioni specifiche di ciascun attore populista.

In tal senso il populismo non è una dottrina politica, bensì una strategia e, al contempo, il campo all’interno del quale si giocano attualmente le chance del cambiamento. In Italia questo campo è presidiato dal M5S. Al soggetto creato da Grillo e Casaleggio vanno concessi dei meriti indubbi: è stato il miglior interprete di quell’umore anti-casta che da qualche decennio rappresenta una sorta di orizzonte salvifico, politicizzando in parallelo una serie di questioni da tempo interdette dalla discussione. Tuttavia, i recenti fatti di Roma riguardanti la giunta Raggi lanciano una seria ombra sulle possibilità del Movimento. L’incerto esordio della sindaca di Roma è infatti rivelatore di una serie di fenomeni che rischiano di replicarsi su una scala più vasta.

In primis, una classe dirigente selezionata come in un concorso di bellezza, catapultata in posti di potere, salvo poi essere commissariata all’ultimo minuto dal grande capo. Per sfidare oligarchie attrezzatissime sotto ogni punto di vista, serve un soggetto che coltivi ossessivamente la formazione e la serietà dei propri affiliati. Così come sono imprescindibili una diagnosi e una prognosi all’altezza della situazione. Se destra e sinistra hanno certamente smesso di essere metafore utili per orientarsi ai giorni nostri, l’analisi sociologica, il discernimento dei conflitti redistributivi, la comprensione delle dinamiche internazionali sono fondamentali, insieme a programmi di politica fiscale, macroeconomica e internazionale che vadano oltre la boutade. Un programma fatto di ‘buone pratiche’ come quello del M5S non coglie la politicità di ogni problema, finendo banalmente per indirizzare la propria avversione esclusivamente alle caste politiche, che sono appena la punta dell’iceberg di un’oligarchia (nazionale ed estera) che ha invece nel denaro il proprio fulcro.

C’è bisogno di sfruttare al meglio la finestra populista. Per questo, a novembre io ed alcuni colleghi abbiamo dato vita al percorso di ‘Senso comune’ lanciando il manifesto per un populismo democratico. L’intuizione di fondo è che la cornice ‘noi’ contro ‘loro’ sia un potente strumento, ma che questa debba essere riempita da coordinate più sostanziose rispetto a un vago ‘onestismo’. Partendo dagli elementi di senso comune più diffusi, il populismo deve fornire risposte esaurienti a disuguaglianza, sfruttamento e deficit democratico ai quali le oligarchie hanno costretto la popolazione italiana ed europea.

@mazzuele