Nell’era del cibo insufflato a dosi massicce come ideologia di un “nuovo”, libero ed emancipatorio consumo, fa un certo effetto leggere due gemme letterarie come Orfanzia di Athos Zontini (Bompiani) e La Vegetariana di Han Kang (Adelphi) che tra le loro pagine, pur seguendo differenti stili e storie, mostrano invece del cibo un rifiuto radicale. Una sorta di descrizione del fastidio, di percezione stomachevole dell’atto del mangiare, di rilettura estrema di una malata pratica dell’ingozzamento che lascia basiti. Un atto rivoluzionario, un gesto irripetibile, a senso unico: vomitare ciò che viene fatto mangiare a forza. Il rigetto filosofico, la perplessità oggettiva, che l’abbondanza cibaria sia un dogma irrefutabile rende sia il romanzo di Zontini che quello della Kang opere avvincenti e dolorose, viscerali e sconvolgenti.

Il bambino protagonista di Orfanzia, ad esempio, non riesce a mangiare nulla. Tutto ciò che ingurgita controvoglia, infilato in bocca spasmodicamente dalla madre, urlato nell’imposizione con gli schiaffi dal padre, è comunque espulso dal suo stomaco nel bagno o in più pratiche scatole sopra l’armadio e sotto al letto. Famiglia classica, madre sempre tra i fornelli o dal pediatra, padre avvocato un tantino fedifrago, dinamiche cucina-salotto-automobile dove si ripetono patimento ed ansia per l’inappetenza del bimbo. Non resta che attendere l’ennesima vacanza al mare, nella casetta di proprietà nel Sud Italia, perché il protagonista incontri un teppistello, figlio della fruttivendola, che lo inizia alla violenza sul prossimo: bambino, ragazzina o adulto che sia. Il click mentale è quanto di più chiaro e metaforico. Così il protagonista comincia improvvisamente ad avere “fame”. Le tavole imbandite prima descritte con ributtante rigetto si trasformano in banchetti luculliani. Lo squartamento di inerti conigli, sangue che schizza in ogni dove, subito trasformati in condimento per le tagliatelle al sugo, è rito di iniziazione ad una percezione dell’essere in mezzo agli altri fino ad allora (involontariamente) non accettato. Fiaba nerissima, Orfanzia, che fa percepire l’oppressione familiare/sociale all’ingrasso (il protagonista pensa che i genitori lo vogliano far ingrassare per poi sgozzarlo), tradizionale affermazione conviviale del “devi diventare grande”, schema rituale rifiutato che attraverso la brutalità e la sopraffazione sul più debole invece si afferma. Il racconto incalzante in prima persona, i periodi densi e brevi, l’uso di battute di dialogo succinte e saettanti come lampi nel buio, fa dell’opera prima di Zontini un esempio stilistico di ferocia e sagacia applicato ad una riflessione etica ancora tabù.

La protagonista de La Vegetariana, invece, dopo una serie di sogni premonitori scopre all’improvviso un rifiuto del cibo meno totalizzante, ma descrittivamente più scioccante ed estremo. Basta carne. Basta pesce. Niente più latticini e tutti quegli alimenti derivanti dallo sfruttamento e dalla violenza sugli animali. A dire il vero la giovane sudcoreana Yeong-Hye sarebbe diventata vegana. Ma la connotazione antispecista è questione di nulla, di fronte all’indifferenza del marito e alla ferrea disciplina del padre militare. Yeong-Hye viene prima costretta a ingurgitare carne di ogni genere e ricetta, manicaretti materni, e violenza paterna nell’aprirle la bocca; poi finisce addirittura in una clinica psichiatrica dopo aver tentato il suicidio per essersi difesa dalla troppa premura per il suo “ingrasso” quotidiano. Esageratamente ampia e incodificabile la “deviazione” sociale di questa esile fanciulla, tanto che l’autrice Han Kang, dopo aver abilmente presentato il gesto dirompente e incomprensibile della sua protagonista attraverso il racconto in prima persona dello schifato marito, scarta in un secondo e terzo capitolo dove si assumono altri due punti di vista sulla stessa protagonista carnivora tramutata in vegetariana. Prima quello del cognato, videoartista e pittore, da sempre invaghito della bistrattata Yeong-Hye, ora dopo il cambiamento alimentare della donna attratto ancor più irrefrenabilmente da lei, fino a farla diventare interprete unica di un suo video osè dopo averle dipinto l’intero corpo di fiori e piante; poi quello della sorella che chiude il cerchio dell’osservazione narrante, mirabilmente cornificata a dire il vero senza troppa volontarietà soprattutto dalla silenziosa sorella, giunta comunque al suo capezzale in ospedale dove  ancora una volta Yeong-Hye viene violentemente spinta a mangiare da una mezza dozzina di infermieri, questa volta del semplice e generico cibo, e che grazie a questa ennesima “imposizione” sul più debole comprende a sua volta l’abisso depressivo in cui ha vissuto lei per anni. La Vegetariana, romanzo vincitore del Man Book Prize 2016, anche se scritto nel 2007, pone così in risalto l’atto ribelle del rifiuto della norma alimentare in voga da parte di una giovane donna per congiungersi in una sorta di trasmutazione psicologica, tattile, fisica in una pianta per fare ritorno ad uno stadio totalmente naturale dell’essere.