di Flaminio de Castelmur per Spazioeconomia.net

Con un percorso non lineare il trend avviato porterà il petrolio, “re” delle fonti di energia, all’abdicazione, e l’unico interrogativo sembra essere solo quando ciò accadrà. Per dare un’idea del cambiamento in atto basti pensare che per centrare l’obiettivo di limitare in due gradi l’innalzamento delle temperature del pianeta, la richiesta di energia al 2040 non solo dovrebbe crescere meno del 10% (con una popolazione mondiale in crescita da 7,2 a 9,2 miliardi di persone) ma la quota riservata al petrolio dovrebbe ridursi drasticamente (dal 31% al 22%) e quella delle rinnovabili più che raddoppiare (sopra il 30%).

Una progressiva sostituzione che andrebbe di pari passo con l’affermazione della mobilità elettrica. Ed è del tutto naturale che sia così, visto che più della metà del petrolio estratto nel mondo (il 54%) finisce nei serbatoi dei mezzi di trasporto, mentre il resto è utilizzato nella chimica, nell’industria e nella produzione di elettricità di molti Paesi emergenti che ancora si servono di olio combustibile.

Nel 2015 la richiesta mondiale di energia elettrica da fonti primarie (petrolio, carbone, gas) è aumentata solo dell’1% rispetto al 2014: è di poco inferiore alla crescita del periodo 2014-2013 (+1,1%), ma ben al di sotto della media degli ultimi 10 anni (+1,9%).  È l’incremento più basso dal 1998, con l’eccezione del 2009, anno di crisi mondiale. La maggiore spinta alla crescita è arrivata, per il 97%, dai Paesi emergenti, i quali consumano oggi il 58,1% dell’energia che si produce a livello globale.

Tra le fonti non rinnovabili, solo il petrolio e il nucleare sono cresciuti a un tasso superiore alla media (dal petrolio si produce poco meno del 32% del fabbisogno di energia elettrica mondiale), mentre l’uso del carbone è in calo. Grande impulso, invece, hanno avuto le fonti rinnovabili, che hanno soddisfatto, a livello globale, quasi il 7% del fabbisogno di energia elettrica.

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Nel grafico estrapolato dal BP Energy Outlook 2016 il contributo delle fonti di energia alla produzione (a sinistra, in percentuale) e ai consumi (a destra, in milioni di tonnellate di petrolio equivalente per anno). Nel 2015, a livello globale, la quota di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili pure è stata del 15,2%, leggermente inferiore alla media degli ultimi 10 anni (15,9%): ha però segnato un incremento record nei volumi (+213 terawattora), più o meno equivalente all’incremento di energia da fonti primarie, e nel 2015 ha fornito il 6,7 per cento dell’energia elettrica globale, con la Cina e la Germania ai primi posti nella crescita.

Una panoramica sull’evoluzione del mix produttivo di energia elettrica in Italia, evidenzia la crescente diffusione delle fonti rinnovabili, in particolare non programmabili e della generazione distribuita.

 

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Dai dati riportati si rileva la forte diffusione delle fonti rinnovabili avvenuta negli ultimi anni, sia in termini di potenza installata con il 39% della potenza efficiente lorda totale nel 2013 a fronte del 24% nel 2004 e del 22,5% nel 1996.

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Sulla base dei dati del 2014 e del 2015, la produzione da rinnovabili ha ampiamente superato l’incidenza del 40% sulla produzione elettrica totale, con un leggero calo nell’ultimo anno che comunque non inficia il dato.

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Il grafico qui sopra indica in maniera molto eloquente come, soprattutto a seguito della liberalizzazione dell’attività di produzione elettrica (decreto Bersani del ’99), vi sia stata un’esplosione della generazione da impianti alimentati a gas naturale che nel giro di pochi anni ha soppiantato la produzione con prodotti petroliferi, per poi cominciare a flettere dopo il 2007 a seguito della crisi economica e dell’impulso al sostegno delle fonti rinnovabili.

Sta diminuendo il prelievo di energia elettrica dalle reti perché buona parte della generazione distribuita è realizzata presso i centri di consumo. Oggi servirebbe una smart grid in Italia. Negli ultimi 5 anni abbiamo aggiunto alla generazione elettrica una quantità incredibile di fonti rinnovabili non programmabili, quasi 20 GW solo di fotovoltaico. Per gestire questo crescente afflusso di elettricità fortemente variabile, i metodi convenzionali di bilanciamento della rete, che consistono essenzialmente nel regolare la potenza delle centrali programmabili, termiche e idroelettriche, per mantenere in equilibrio domanda e offerta, possono non bastare più.

Occorre introdurre elementi nuovi di flessibilità nella rete: questa è la smart grid. Una vera e propria rete intelligente, non solo di trasporto di energia in una sola direzione, ma bidirezionale e attiva con l’aiuto dell’elettronica, dell’informatica e della comunicazione. Una rete composta di tante piccole reti che viaggiano tra produttori e consumatori, che comunicano tra loro e si scambiano informazioni; che gestiscono con migliore efficienza i picchi di richiesta, evitando interruzioni di elettricità e riducendo il carico dove necessario.

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